Card. Walter Kasper -Charles de Foucauld

La missione nel deserto di oggi

Intervista con il cardinale Walter Kasper sul cristiano che, da solo, nei primi anni del Novecento, costruiva tabernacoli per «trasportare» Gesù nel deserto algerino, di Gianni Valente – http://www.30giorni.it/articoli_id_7367_l1.htm

Nei primi anni del Novecento, a un francese amante della letteratura e della vita avventurosa, rino­mato esploratore, capitò di vivere una delle più suggestive avventure cristiane del secolo scorso. Charles de Foucauld, il monaco che da solo costruiva tabernacoli nel deserto algerino per «traspor­tare» Gesù in mezzo a coloro che non lo conoscevano né lo cercavano, morto ammazzato da quegli stessi tuareg tra i quali aveva scelto di vivere, nel silenzio e nella preghiera, senza aver guadagnato tra loro nessun nuovo cristiano, sarà proclamato beato dalla Chiesa entro quest’anno.

Tra le schiere sempre più folte dei canonizzati, de Foucauld sembrerebbe a prima vista appartenere alla categoria dei santi estremi, quelli che presidiano le terre di confine dell’avventura cristiana nel mondo. Eppure, la sua storia così irripetibile costituisce un dono di respiro e di conforto.

Proprio di questo 30Giorni ha dialogato con il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Che, tra le altre cose, di Charles de Foucauld è un vecchio amico.

Entro quest’anno de Foucauld sarà dichiarato beato. Nel 1905, proprio cento anni fa, giunge­va a Tamanrasset, sua meta definitiva, nel deserto algerino. So che la figura di de Foucauld le è cara e occupa un posto speciale nella sua vita di cristiano e di sacerdote. Come lo conobbe?

WALTER KASPER: All’epoca in cui ero professore di Teologia all’Università di Tubinga incontra­vo spesso un gruppo di sacerdoti membri e amici della comunità “Jesus Caritas”, sacerdoti che se­guivano la spiritualità di Charles de Foucauld. Partecipavo di regola alle loro riunioni mensili che comprendevano vari momenti: révision de vie, lettura e meditazione della Sacra Scrittura, celebra­zione e adorazione eucaristica e, infine, una cena fraterna. Affascinato dalla figura di Charles de Foucauld, mi sono anche recato in Algeria, sulla montagna dell’Hoggar, dove a suo tempo lui aveva vissuto, e lì, in una semplice capanna nella solitudine della montagna, ho fatto i miei esercizi spiri­tuali. Mi ricordo che ogni sera un topolino con gli occhietti vispi mi faceva visita per avere un po’ del mio pane. Lì a Tamanrasset ma anche altrove, ad esempio a Nazareth o qui a Roma, mi ha sem­pre colpito la vita delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld, la loro vita nella povertà evangelica fra i poveri e la loro vita di adorazione eucaristica. Per capire meglio la spiritualità di Charles de Foucauld mi sono stati di grande aiuto gli scritti di René Voillaume; alcuni aspetti di questa spiritua­lità sono anche entrati nel mio libro Gesù il Cristo.

In quegli anni, in cui lei partecipava agli incontri dei gruppi “Jesus Caritas”, cosa la colpiva di de Foucauld? Perché trovava interessante e attuale la sua vicenda?

KASPER: Incontravo quel gruppo di sacerdoti in una casa di suore francescane un po’ fuori di Tu­binga, in una regione molto bella. Mi ha commosso l’autentica spiritualità evangelica, spiritualità di Nazareth, spiritualità del silenzio, dell’ascolto della Parola di Dio, dell’adorazione eucaristica, della semplicità della vita e dello scambio fraterno. Più tardi ho compreso l’attualità e l’esemplarità della testimonianza di Charles de Foucauld per i cristiani e il cristianesimo nel mondo di oggi. Charles de Foucauld mi sembrava interessante come modello per realizzare la missione del cristiano e della Chiesa non solo nel deserto di Tamanrasset ma anche nel deserto del mondo moderno: la missione tramite la semplice presenza cristiana, nella preghiera con Dio e nell’amicizia con gli uomini.

A giudicarlo dai risultati immediati, de Foucauld sembra un perdente. Durante la sua vita nel deserto non ci furono conversioni al cristianesimo tra i tuareg. Cosa suggerisce la riproposta della sua vicenda adesso?

KASPER: Il filosofo e teologo ebreo Martin Buber ha detto che “successo” non è uno dei nomi di Dio. Anche Gesù Cristo nella sua vita terrena non ha avuto “successo”; alla fine è morto sulla croce e i suoi discepoli, tranne Giovanni e sua madre Maria, si sono allontanati e lo hanno abbandonato.

Umanamente parlando, il Venerdì santo è stato un fallimento. L’esperienza del Venerdì santo fa par­te della vita di ogni santo e di ogni cristiano. Questa constatazione può essere un conforto per molti sacerdoti che soffrono per la mancanza di un successo immediato, perché nel nostro mondo occi­dentale, malgrado tutti gli sforzi pastorali compiuti, le chiese sono sempre più vuote la domenica e la società più scristianizzata. Molti hanno l’impressione di predicare a orecchie sorde. In tale diffici­le situazione, l’esempio di Charles de Foucauld può essere di grandissimo aiuto a molti sacerdoti.

In che modo si esprime questo aiuto?

KASPER: Possiamo imparare che non si tratta della nostra missione o, per così dire, della nostra impresa missionaria, di un’egemonia culturale o di un allargamento di un impero ecclesiale con strategie sofisticate e perfezionate di pedagogia, psicologia, organizzazione o qualsiasi altro meto­do. Certo, noi dobbiamo fare ciò che possiamo e possiamo anche avvalerci di metodi moderni. Ma alla fine si tratta della missione di Dio tramite Gesù Cristo nello Spirito Santo. Noi siamo solo il re­cipiente e lo strumento tramite il quale Dio vuole essere presente; alla fine è Lui che deve toccare il cuore dell’altro; solo Lui può convertire il cuore e aprire gli occhi e le orecchie. Così, nella presen­za, nella preghiera, nella vita semplice, nel servizio e nell’amicizia umana, come quella che ha vis­suto Charles de Foucauld con i tuareg, il Signore stesso è presente e operante. Dobbiamo affidarci a Lui e a Lui lasciare la scelta di come, quando e dove vuole convincere gli altri e radunare il suo po­polo.

 Questo era ciò che de Foucauld aveva visto accadere nella propria vicenda personale.

KASPER: In una meditazione del novembre 1897 scrive: «Tutto ciò era opera tua, Signore, e tua soltanto… Tu, mio Gesù, mio salvatore, tu facevi tutto, nel mio intimo come al di fuori di me. Tu mi hai attirato alla virtù con la bellezza di un’anima nella quale la virtù mi era parsa così bella da rapire irrevocabilmente il mio cuore… Mi hai attirato alla verità con la bellezza di quella stessa anima».

Certamente non possiamo fare di Charles de Foucauld l’unico modello di missione per tutte le situa­zioni; ci sono anche altri santi esemplari, come ad esempio Francesco Saverio, Daniele Comboni e molti altri, che rappresentano un altro tipo e un altro carisma missionario. Le situazioni missionarie sono svariate e così anche le sfide e le risposte. Nondimeno Charles de Foucauld mi sembra essere un modello per la missione non solo nel deserto fra i musulmani ma anche nel deserto moderno. È emblematico che Teresa di Lisieux sia stata proclamata patrona delle missioni, lei, una giovane suo­ra carmelitana, che non ha mai lasciato il Carmelo e non è mai stata in un Paese di missione; eppure ella ha promesso di lasciare cadere una pioggia di rose dal cielo dopo la sua morte.

I richiami alla missione risuonano tutt’altro che rari. Eppure suonano spesso astratti se non addirittura logoranti.

KASPER: Anche noi cristiani siamo figli del nostro tempo; vogliamo pianificare, fare, organizzare, controllare i risultati… Charles de Foucauld ci suggerisce un approccio diverso: imitare e vivere la vita di Gesù a Nazareth. Ci si potrebbe domandare: Gesù, trent’anni di vita nascosta a Nazareth su trentatré, era forse tempo perduto questo? In realtà, proprio la realtà quotidiana, la realtà ordinaria è il vero spazio pubblico dove si manifesta il dono della vita cristiana. A questo proposito possiamo ricordare un passaggio importante della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, al pa­ragrafo 31, dove il Concilio parla della missione dei laici e dice che i laici sono fedeli che vivono nel secolo, cioè nelle condizioni ordinarie quali il lavoro e le altre attività giornaliere. «Lì, nelle condizioni ordinarie della loro vita quotidiana, rendono visibile Cristo col fulgore della fede, della speranza e della carità». Talvolta abbiamo l’idea sbagliata che per essere un laico impegnato nella missione si debba essere un impiegato ecclesiastico, che per quanto è possibile partecipa ai compiti del sacerdote, si fa attivamente visibile nella liturgia, eccetera. Ma la cosa più importante è vivere il Vangelo nella vita quotidiana, nella preghiera, nella carità, nella pazienza, nella sofferenza, essere fratello di tutti ed essere convinto – come dice san Paolo – che la stessa Parola di Dio, se accolta e vissuta da noi, corre e convince.

In tanti riconoscono che i cristiani sono diventati minoranza. Ma dicono che proprio per que­sto occorre darsi da fare, essere creativi, ravvivare la nostra azione. La convince questa impo­stazione?

KASPER: Mi convince sì e no. , se i cristiani si risvegliano, diventando consapevoli della loro condizione, delle nuove sfide e della loro missione. Non possiamo accontentarci dello status quo e continuare come se nulla fosse. Ciò vale soprattutto per l’Europa occidentale, che vive in una pro­fonda crisi di identità, mentre una volta era chiaramente segnata dal cristianesimo. L’Europa deve risvegliarsi dalla sua indifferenza, che è una falsa tolleranza. Ma, d’altro canto, c’è il rischio di com­portarsi come propagandisti di una lobby minoritaria ovvero settaria. In questo senso, no al fanati­smo militante come lo incontriamo in molte vecchie e nuove sette, che sono diventate oggi una nuo­va sfida ovunque nel mondo. Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, occorre uno stile dialo­gante, cioè un atteggiamento di rispetto anche verso coloro che vengono definiti lontani, che conser­vano magari un legame tenue, ma resistente, con la Chiesa, e un atteggiamento di rispetto verso la cultura moderna, la cui legittima autonomia è riconosciuta dallo stesso Concilio. Non vogliamo e non possiamo imporre la fede, che per sua natura non può essere imposta; vogliamo – come dice il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes al paragrafo 1 – condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, e, tramite tale vita di condivisione, dare testimonianza della nostra fede.

E in questo c’entra de Foucauld

KASPER: Questo atteggiamento era tipico di Charles de Foucauld. Basti pensare alla sua amicizia con i tuareg, e soprattutto con il loro capo Musa ag Amastan. Egli non faceva nulla per convincere e fare proseliti. Il massimo che poteva fare era rendere avvicinabile Cristo stesso, portando il taberna­colo nel deserto. Ma poi non ideava strategie elaborate. Viveva semplicemente la sua vita di pre­ghiera e lavoro. Solo dopo la sua morte ha trovato seguaci, seguaci che vivono oggi fra i più poveri condividendone le esperienze quotidiane.

Negli ultimi tempi, nelle discussioni in merito alle radici cristiane dell’Europa, anche alcuni pensatori laici hanno rimproverato la Chiesa di timidezza nel difendere e proporre verità e valori. Come giudica queste accuse? E cosa ne direbbe de Foucauld?

KASPER: L’accusa mossa spesso contro la Chiesa nel suo insieme non è certamente fondata; il Papa e molti episcopati europei si sono espressi chiaramente e vigorosamente a favore dell’identità cristiana in Europa. Ma allo stesso tempo è vero che in alcuni ambiti e circoli all’interno della Chie­sa esiste una certa timidezza e debolezza nel difendere e proporre la verità e i valori cristiani. Tale atteggiamento scaturisce spesso da una fede fragile che ha perso le sue certezze, la sua determina­zione, che confonde la tolleranza con l’indifferenza. Charles de Foucauld non ha declama­to grandi slogan: il suo comportamento è nato da una convinzione del tutto diversa. Egli è partito da una fede solida e vissuta, che in sé stessa, anche senza grandi parole, era una testimonianza forte e coraggio­sa, ma anche umile, del messaggio cristiano e dei suoi valori. Senza pretese di possesso, senza at­teggiamenti di sfida. Alla fine del 1910 scrive: «Gesù basta. Là dove egli è, nulla manca. Chi si appoggia a lui è forte della sua forza invincibile». Una testimonianza così può indurre gli altri a riflettere, a porsi domande, può suscitare ammirazione e, se Dio concede la grazia, anche il desi­derio di condividere questa vita secondo i valori cristiani. Difatti, la nostra difesa dell’identità cri­stiana dell’Europa sarà convincente solo se viviamo i valori che difendiamo. Non sono le parole, è la vita che convince. Scriveva a de Foucauld il suo maestro spirituale, padre Henri Huvelin, in una lettera del 18 luglio 1899: «Si fa del bene con quello che si è, ben più che con quello che si dice… Si fa del bene quando si è di Dio, si appartiene a Lui!». E quando questo accade, non occorre inventar­si altro. Basta «rimanere dove si è, lasciar penetrare, crescere e consolidare nell’anima le grazie di Dio, difendersi dall’agitazione».

 Anche le richieste di perdono per i peccati passati sono state giudicate da alcuni come espres­sione di debolezza. Lei cosa dice in merito, alla luce della figura di de Foucauld?

KASPER: Charles de Foucauld aveva ragione a chiedere perdono per la sua vita sprecata prima del­la sua conversione. Egli ci mostra che un nuovo inizio è sempre possibile, per grazia divina. Anche noi in ogni celebrazione eucaristica iniziamo con un atto penitenziale; questo sarebbe completamen­te impensabile in un raduno di partito, di un’azienda o di una qualsiasi altra associazione. Così fa­cendo, esprimiamo la nostra debolezza, il che è un atto di sincerità, ma allo stesso tempo manife­stiamo la forza del messaggio cristiano della misericordia e del perdono, cioè della possibilità che Dio possa realizzare un cambiamento e dare un nuovo inizio anche a una storia umanamente senza via d’uscita e senza speranza. De Foucauld in una sua meditazione scrive: «Non c’è peccatore così grande, né criminale così incallito, al quale tu non offra ad alta voce il Paradiso, come l’hai dato al buon ladrone, al prezzo di un istante di buona volontà». Chiedere perdono non è dunque una debo­lezza ma una forza; è espressione di una speranza che non dimentica, non rinnega né sconfessa il passato e che allo stesso tempo non si sente incatenata al passato e può guardare al futuro. Chiedere perdono è espressione della libertà cristiana, libertà che noi conosciamo in Cristo. Chiedere perdono non è un atto politically correct, ma ha a che fare con la natura della Chiesa e con il suo messaggio.

I tuareg dell’Algeria cosa hanno in comune con noi uomini delle realtà urbane?

KASPER: De Foucauld porta Gesù Cristo tra «coloro che non lo cercano». Non è sbagliato dire che, sotto alcuni aspetti, la situazione dei tuareg dell’Algeria è simile a quella dei nostri contemporanei nella realtà urbana, ovvero alla nostra stessa situazione, anche se esteriormente la differenza è ecla­tante; da loro si tratta di povertà materiale, da noi di povertà spirituale. Il deserto è certo diverso.

Ma il punto comune consiste nel fatto che né loro né noi siamo veramente “a casa” in nessun luogo; siamo in cammino, siamo nomadi. Abbiamo inoltre in comune una certa letargia. Spesso vaghiamo senza una meta precisa e una solida speranza. Siamo dunque un popolo presso cui la predicazione del Vangelo e la conversione sono difficili. In questa situazione, Charles de Foucauld ci dà una ri­sposta profetica ma anche esigente, in fondo l’unica risposta possibile: una vita evangelica che ma­nifesta l’alternativa profetica del Vangelo, rendendolo nuovamente interessante ed attraente. Così Charles de Foucauld è una figura luminosa, e può essere anche un valido contrappeso di fronte al pericolo di un imborghesimento e di una noiosa banalizzazione della Chiesa.

I poveri sono per de Foucauld i destinatari prediletti della promessa di Cristo. Non le sembra che la percezione della predilezione dei poveri si sia appannata?

KASPER: I poveri e i piccoli sono secondo Gesù i prediletti di Dio e i destinatari preferiti della sua evangelizzazione. Anche san Paolo ci dice che nelle comunità primitive vi erano pochi ricchi, pochi sapienti, pochi potenti e pochi nobili. Il Concilio Vaticano II ha riscoperto e ribadito questo aspetto; dopo il Concilio si è molto parlato dell’opzione preferenziale per i poveri. La teologia della libera­zione si è ispirata a questo messaggio, ma a volte lo ha strumentalizzato a scopi ideologici; così fa­cendo, è divenuta ambigua. Ciò non significa però che il messaggio non sia più valido e attuale. Al contrario. La grande maggioranza dell’umanità vive attualmente al di sotto della soglia di povertà, e questo è vero soprattutto in Africa, dove Charles de Foucauld ha vissuto, fra i poveri. Ci auguriamo allora che la sua beatificazione riproponga in un senso assolutamente non ideologico l’urgenza di affrontare la sfida della povertà, sia materiale che spirituale, e ci mostri la risposta evangelica, da lui vissuta in modo esemplare, che il mondo odierno deve dare.

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