René Voillaume durante Vaticano II – Georges Cottier

René Voillaume al Concilio Vaticano II: “La Chiesa e i poveri”

Ricordi di Georges Cottier

C’è un aspetto della vita di René Voillaume non molto conosciuto: la sua opera di teologo, l’influenza dei suoi scritti sui lavori del Concilio. Ne parla – sono semplici ricordi ‘a voce’ – il P Georges Cottier (1922-2016), domenicano svizzero, che alla fine degli anni ’50 era allo Studium Domenicano di Saint Maximin, in Provenza, dove conobbe i piccoli fratelli e divenne amico del P Voillaume. Fu ‘Teologo della Casa Pontificia’ (dic. 1989 – dic. 2005). Giovanni-Paolo II lo ha creato cardinale il 21 ottobre 2003.

“Questi ultimi anni ho incontrato il P. Voillaume alla fraternità delle piccole sorelle a Tre Fontane ogni volta che veniva a Roma. Ho conservato un ricordo molto vivo delle nostre conversazioni. Un argomento lo preoccupava molto: la perdita del senso dell’Eucaristia sacrificio della Messa e anche adorazione del Santo Sacramento e del sacerdozio ministeriale. Questa era una realtà al centro della sua vocazione personale come di quella dei Piccoli Fratelli. Il suo testamento permette di misurarne la profondità.

Al Tubet, le piccole sorelle gli hanno potuto leggere l’enciclica Ecclesia de Eucharistia. Deve essere stato per lui un raggio di luce pacificante. Ma in queste poche linee di testimonianza, è di cose più lontane nel tempo che vorrei dire qualcosa: dei nostri incontri a Roma durante gli anni del Concilio. Il Padre non era un “esperto”, né ufficiale né privato, ma l’amicizia che lo legava a molti vescovi giustificava i suoi soggiorni. Fu sicuramente un consigliere ascoltato da molti. I vescovi, allora, viaggiavano meno di oggi, l’esercizio dell’ affectus collegialis aveva meno occasioni di esprimersi, anche se la Fidei Donum avesse già aperto nuove vie. Il Padre era di sicuro una delle persone che, nella Chiesa, conosceva meglio il mondo attuale con le sue aspirazioni e le sue miserie. Tramite le fraternità dei fratelli e delle sorelle che aveva visitato, si era potuto rendere conto personalmente delle condizioni di estrema miseria nelle quali vivevano milioni di esseri umani. Fu così che ebbe un ruolo decisivo nel risveglio della coscienza alle esigenze evangeliche della povertà nella Chiesa e dell’amore per “i piccoli ed i poveri” che gli è connesso. Certo non era il solo a mostrarsi sensibile ad un modo di vita che rispondesse meglio alla natura della Chiesa di Gesù. Era in comunione di pensiero con Mons. de Provenchères. Anche Mons. Ancel che faceva parte del “Prado” contribuì molto alla riflessione. È vero che, nell’inevitabile ribollire di idee che si sviluppava intorno al Concilio, alcuni parlassero della povertà con tono “profetico” e con una sorta di esaltazione romantica. Uno studio storico preciso potrebbe forse rivelare qui o là una tendenza a politicizzare il problema. Il “progressismo” esercitava su alcuni la sua seduzione. Ma non è questa la cosa più importante. Si formò un gruppo informale di riflessione, al quale si interessarono dei vescovi, e nel quale il Padre ebbe un ruolo determinante. Non è impossibile — ma su questo punto preciso la memoria non mi aiuta — che sia stato lui ad aver preso l’iniziativa di formare questo gruppo. Era molto ascoltato perché si era impressionati dal suo giudizio equilibrato e dal suo realismo. Il Concilio non pubblicò nessun testo sulla povertà. Ricordo che il P. Congar, convinto dell’importanza dell’argomento, avesse redatto dei “modi” da introdurre nella Costituzione sulla Chiesa, Lumen Gentium. Non ho potuto verificare se le sue proposte siano state accolte. È al Padre che dobbiamo l’idea e l’elaborazione dell’opera collettiva: “Eglise et pauvreté” , pubblicato nel 1965 nella collezione Unam Sanctam n°57. L’opera è introdotta da due prefazioni, una del Patriarca Maximos IV°, l’altra del Cardinal Lercaro. La scelta dei collaboratori, tra i quali troviamo i nomi del P. Congar, del P. Chenu, del P. Régamey, per non citare che questi, era in buona parte dovuta a lui. Con il P. Henry e con Jacques Loew si incaricò della terza parte, L’enquête sur la pauvreté dans l’Eglise, che analizzava le risposte ad un questionario inviato a vescovi e istituti religiosi di ogni parte del mondo. Perché ricordare queste cose? Mi sembrano significative di alcuni impulsi dati alla vita della Chiesa che senza emanare direttamente dalle direttive del Concilio Vaticano II° sono incomprensibili senza il suo impegno. Possiamo dire che l’esigenza evangelica di povertà ha marcato profondamente la coscienza del Popolo di Dio. Certo, come tutto ciò che è del Vangelo, essa si urta dentro di noi con le resistenze del peccato. Pensiamo a temi che ci sono divenuti familiari come quello della Chiesa “servitrice e povera”. Senza questo impulso spirituale, Paolo VI avrebbe avuto l’idea del gesto simbolico di spogliarsi della tiara? Avrebbe avuto l’intuizione di darci l’enciclica Populorum progressio? Si sa che un suo amico, il P. Lebret, ne fu uno dei principali artefici. L’attenzione ecclesiale ai “piccoli e ai poveri” non poteva non incontrarsi con il risveglio politico delle masse del terzo mondo. Il prestigio esercitato su alcuni teologi della liberazione da quella che chiamavano in maniera acritica “l’analisi marxista” ha condotto, di certo, a qualche scivolone. Ma questo non deve occultare quello che era stato percepito da molti come un dovere di solidarietà con i poveri. Giovanni Paolo II° parlerà in questo senso di “amore preferenziale per i poveri” o di “scelta preferenziale per i poveri”. Ma questa ci porta negli anni posteriori al Concilio. Mi ricordo che il Padre aveva il dono di captare i movimenti profondi della storia aveva sottoposto, a pochi di noi, alcune riflessioni ancora incerte sulla vita religiosa e l’impegno politico. Accettava le nostre osservazioni con una grande semplicità. Questi ricordi del tempo del Concilio ci per mettono, mi sembra, di comprendere come nella storia della Chiesa, certe intuizioni si aprono un cammino e poi lentamente maturano. La presa di coscienza delle esigenze della povertà evangelica come stile di vita della Chiesa e dell’attenzione ai poveri ne sono un’illustrazione. Con la sua testimonianza, con la sua saggezza, la sua lucidità il P. Voillaume ha portato un contributo di primo piano.

Si potrebbero proporre delle analoghe osservazioni sul tema della pace.”

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