Ciò che imparo dai miei vicini.

 A Lille, nel Nord della Francia, ci sono due fraternità in quartieri popolari.
Marc, che vive a Lille-Sud con Régis e Filip, ci parla dei suoi impegni
e di tutto ciò che riceve dagli incontri della vita quotidiana.

I documenti per la preparazione del Capitolo ci invitano a fare il punto su quello che viviamo, sulle situazioni che ci coinvolgono, sui modi in cui i nostri impegni e il nostro “essere presenti” ci fanno vivere. Li ricevo come un invito a dare delle notizie: è da tanto tempo infatti che dalla fraternità di Lille-Sud non scriviamo.  

Con Régis, siamo giunti in questo quartiere di Lille-Sud a gennaio 1983: trentasei anni fa!  Sono stato assente per più di 15 anni, senza tuttavia tagliare i legami con i vicini e gli amici, e adesso sono quasi 10 anni che sono ritornato. Inutile dire che molti legami si sono creati con il quartiere e con qualche famiglia, in particolare, che ci ha accolto come «fossimo della famiglia» (mi permetto di scrivere questo perché l’ho sentito dire mentre ne parlavano tra di loro…). Ne condividiamo la vita con le sue grandi difficoltà e le sue gioie, con le sue miserie e i suoi limiti, e con qualche successo! Io do una mano a parecchie persone soprattutto per delle pratiche amministrative: incredibile la quantità di documenti da compilare e incredibile quanto, a volte, siano complicati! E, come se non bastasse, molte procedure sono informatizzate e la stragrande maggioranza dei nostri amici non ha accesso a queste tecniche moderne!

            Ho l’impressione però che ciò di cui la gente ha maggiormente bisogno, non è questo genere di servizi, ma è piuttosto l’attenzione e l’amicizia. Ciascuno si aspetta un po’ di ascolto, di fiducia, di non sentirsi giudicato; di sentirsi amato e rispettato senza condizioni. Tutto questo a volte è molto esigente, bisognerebbe essere disponibili 24 ore su 24, tuttavia è commovente percepire come la fiducia stia crescendo. E ciò che mi colpisce ancora di più sono i frutti di questa fiducia e, in particolare, il comportamento sincero. Dicendo questo, penso ad un giovane nostro amico: “l’abbiamo visto nascere” 34 anni fa, era il figlio dei nostri vicini. Due anni fa l’abbiamo accompagnato, sostenuto e visitato, mentre faceva una cura di disintossicazione dall’alcool. Qualche mese più tardi l’ho incontrato per strada con altri due amici. Dopo una breve chiacchierata insieme, lui dice agli altri: «Andate; io mi fermo, devo parlare con Marc!». Rimasti soli mi dice: «Sai, ho ricominciato a bere…». Ero profondamente toccato da questo suo desiderio di essere vero, questo coraggio di mostrarsi all’altro tal quale si è, senza nascondere o camuffare i propri limiti. Lasciava intendere una specie di paura: che l’altro lo giudicasse migliore di quello che lui era! (l’esatto opposto della paura abituale…). Non voleva che venissi a conoscenza della sua ricaduta tramite altri, e sapeva bene che, se me la confidava, ciò non avrebbe rovinato né l’amicizia né la fiducia e che gli sarei rimasto a fianco. Mi ha dato una bella lezione: com’è la mia fiducia dentro di me? Io che non ho nessuna voglia che gli altri scoprano i miei limiti, le mie miserie e che faccio di tutto per nasconderle…

Abbiamo la fortuna di stare in una Chiesa locale molto marcata dalla missione operaia. Abbiamo dei legami – soprattutto i fratelli dell’altra fraternità – con diversi gruppi e comunità cristiane i cui membri, molto impegnati, sono veramente gente dei nostri quartieri popolari: ne hanno lo stile, il linguaggio ed anche le ricchezze. Tuttavia, in un contesto segnato da una forte “scristianizzazione” e da una presenza rilevante di credenti musulmani, è una chiesa di minoranza e molto piccola. Da qui la difficoltà ad addossarsi un certo numero di servizi vitali, e la necessità di fare appello a tutte le “buone volontà”. È in questo contesto che, qualche anno fa, ci è stato chiesto, a motivo della nostra “conoscenza dell’ambiente”, di partecipare all’accompagnamento dei catecumeni: ne abbiamo parlato tra di noi ed ho accettato di far parte di una equipe. Una volta al mese, con Myriam, madre di famiglia, incontriamo due o tre adulti che si preparano al battesimo. È un cammino che dura circa due anni. Non conoscevo nulla di questo tipo di accompagnamento e ho avuto la fortuna di seguire un corso di formazione organizzato dal servizio del catecumenato. Le persone finora accompagnate sono soprattutto donne, tra i venti e i cinquant’anni, spesso con una storia personale difficile. Sono sempre stupito dalla freschezza della loro scoperta e da quella specie di “sete” e di fiducia viva che le anima.

Utilizziamo delle schede di lavoro che si intitolano: «Incontri con Gesù, il Cristo», strutturate su dei brani del vangelo dove delle persone incontrano Gesù; scopriamo insieme lo «stile» di Gesù, il suo modo di essere e di agire ed il volto di Dio che egli ci propone. È anche un’occasione per scoprire che essere cristiani non significa “ingoiare” un insieme di dottrine, ma prima di tutto significa incontrare una persona vivente, accettando di lasciarsi scomodare e cambiare da questo incontro.

Ciò che forse mi ha impressionato di più durante questi anni, è di toccare con mano quanto, per molti, la questione del perdono sia centrale. Mi ricordo di una giovane donna che ci diceva, dopo la riflessione su questo tema: «Credo che la mia strada verso il battesimo, per i mesi che restano, debba essere un cammino di perdono, da dare e da ricevere; sarà difficile ma non posso passargli accanto!”.

            Mi ricordo anche di una nuova battezzata, camerunese, che improvvisò in chiesa una danza entusiasta, al termine della veglia pasquale, per esprimere la sua gioia con tutte le fibre del suo essere, coinvolgendo con lei anche la sua famiglia ed i suoi amici e, poco a poco, buona parte dell’assemblea.

 In parrocchia ho anche accettato un altro servizio, quello del «giornale parrocchiale»: parola altisonante per un giornalino di 16 pagine che esce tre volte all’anno. È un giornale gratuito distribuito da un battaglione de volontari in più di 6500 cassette postali del quartiere. Nello Statuto c’è una frase che mi piace molto (e che cito in tutte le riunioni di lavoro del “gruppo di redazione”!): «Vogliamo un giornale che offra agli abitanti di Lille-Sud uno sguardo cristiano sul mondo (…e non unicamente uno sguardo sul mondo cristiano)». E questo Statuto spiega anche come fare: parlando delle ricchezze del quartiere (il lavoro delle Associazioni, gli atti di solidarietà, i progetti comuni, il “vivere insieme” ecc.); con delle interviste, per dare la parola a coloro a cui spesso è negata; cercando di lasciar scoprire che la vita non è “banale” ma piena di senso. Un bel programma, direte, ma io credo di poter dire, modestamente, che lo svolgiamo abbastanza bene! Per me, ad ogni modo, anche se mi impegna molto nelle settimane che precedono la pubblicazione, è prima di tutto una vera occasione di incontri.

Il nostro quartiere ha una brutta reputazione, eppure si tratta di un quartiere pieno di vita dove il tessuto associativo è molto denso. C’è ogni sorta di associazione: i club sportivi naturalmente, il doposcuola, la promozione della donna, e delle cose inaspettate ma altrettanto geniali come La cravatta solidale, un’associazione che aiuta le persone a prepararsi ai colloqui di lavoro: simulazione del colloquio e consigli, scelta di vestiti gratuiti ( concessi da alcuni negozi) per essere dignitosi e presentarsi bene, foto d’identità per il CV, … c’è tutto, perfino un accompagnamento delle persone, con le quali i volontari mantengono i contatti per alcuni mesi.

Grazie al giornale, ho avuto l’occasione di incontrare delle persone molto impegnate nel servizio sociale del quartiere. Che ricchezza! Con alcuni abbiamo l’occasione di rivederci, durante le feste o alle riunioni di quartiere, ed è sempre una grande gioia. Penso, tra tanti, ad un animatore del quartiere che avevo intervistato a proposito di due film straordinari che aveva realizzato. Ci piace ritrovarci ed il dialogo continua, come può testimoniarlo lo scritto che mi ha inviato per augurarmi buon anno: «I tempi sono sempre stati duri in questo mondo, ma, nella nostra epoca, mancano delle persone competenti che usino delle parole vere, cariche di significato…»: è ciò che lui cerca di vivere nelle sue attività con i giovani.

Mi piacerebbe terminare parlandovi di un’altra attività a cui partecipo insieme con Régis. Si tratta di un collettivo che si chiama: «Memoria-Fraternità» (Memoria per i defunti, Fraternità per i vivi!). In questo collettivo ci sono tante associazioni e tutte sono al servizio di persone che si trovano in situazioni precarie. C’è anche un gruppo, quello a cui apparteniamo, che assicura una presenza fraterna nei funerali di persone povere.

In Francia la legge obbliga i Comuni a farsi carico dei funerali di coloro che sono morti nel loro territorio e che non hanno – e neppure la loro famiglia – le risorse sufficienti per assicurare le spese della sepoltura. In passato, qui a Lille, questi funerali si facevano in gran fretta, al mattino presto e spesso senza alcun seguito e tali persone venivano sepolte in quell’area che si chiamava: «la fossa comune». Da quasi 25 anni un gruppo di persone ha deciso di mettere in piedi tale collettivo, che ha questo semplice obiettivo: «Non si seppellisce un essere umano come un cane». Sono stati fatti degli accordi con il Comune e con le agenzie di Pompe funebri, e così, ogni volta che una persona viene presa in carico da questo programma, noi veniamo informati; un piccolo gruppo, dipende dalla disponibilità di ciascuno, garantisce una presenza ed una semplice celebrazione di addio per colui o colei che ci lascia. Anche se la maggioranza dei partecipanti sono cristiani (cattolici e protestanti), la celebrazione che viene offerta è una celebrazione “laica”, di “fraternità repubblicana”, eccetto se ci sono parenti o vicini del defunto che chiedono una preghiera. I più “anziani” del collettivo hanno notato una certa evoluzione: in passato, si trattava soprattutto di persone sole e che spesso vivevano sulla strada. Oggi, sempre di più, si tratta di persone che hanno ancora dei legami con la famiglia o sono inserite nel proprio quartiere ma non dispongono delle risorse finanziarie per il funerale. Segno di un impoverimento della società? In questi ultimi anni, sono stati presi in carico da questo programma, una quarantina di funerali all’anno.

            Faccio parte del piccolo gruppo che si occupa della celebrazione presso la tomba; si tratta di fare un breve “discorso” che dia qualche dettaglio sulla vita del defunto (qualora si sia potuto avere un contatto con la famiglia o con i servizi sociali che lo seguivano) e ricordi ai presenti il significato di quello che si sta facendo. Poi segue un momento di silenzio, si legge qualche testo e, infine, ciascuno dei partecipanti si inchina davanti alla tomba e vi deposita dei fiori. Sovente cito l’articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti… (…). Essi devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza!».

Confesso che mi commuovo sempre quando si accompagna qualcuno che è completamente solo; com’è possibile che uno muoia e che non ci sia nessuno che ne senta la mancanza? Ci è capitato di accompagnare qualcuno di cui si sapeva soltanto che si trattava di un uomo o di una donna: nessuna carta di identità su di loro e nessuno che ne dichiarasse la scomparsa. Veramente solo/a al mondo! Penso che ogni persona del nostro gruppo porti saldamente in sé questa certezza: che sia un dovere essere là presenti semplicemente per testimoniare la nostra comune umanità e la nostra fratellanza. Ammiro un anziano signore di 92 anni, che viene da un altro quartiere di Lille e che cammina con due bastoni e fa a piedi l’ultimo chilometro, solo per offrire questo gesto di fratellanza.

            Voglio aggiungere che ci sono anche delle belle cose: mi ricordo per esempio del funerale di un uomo che abitava in una casa di accoglienza per gente di strada. Al suo funerale, c’erano degli operatori della casa insieme ad un caro amico del defunto. Al momento di inchinarsi davanti alla tomba, quell’amico ha preso la parola: “Perché mi hai lasciato? Sono io che avrei dovuto morire. Ma abbi pazienta: adesso non ho un soldo, ma quando mi daranno la RSA (pensione minima di solidarietà), verrò con una buona birra e la berrò alla tua salute”. Fa sorridere, ma aveva messo in quel messaggio, a modo suo, tutto il suo cuore e la sua amicizia per l’amico. Ci venne voglia di applaudire…

Un giorno ho scritto per il giornale della parrocchia un articolo dal titolo: «Sai una cosa? Penso che Dio abiti nel nostro quartiere!».  Ecco, volevo semplicemente condividere con voi qualche contesto in cui questa mia convinzione si alimenta. E non mi stanco di dire grazie a quelli e a quelle che mi aiutano a scoprire la sua presenza…

                                               Alla prossima!                           Marc

 

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