Non c’è amore più grande

Charles de Foucauld

Dalle lettere e meditazioni

[Si consiglia di vedere prima “Generalità” di questa sezione]

11. Non c’è amore più grande

 

[Il 1° gennaio 1916, mentre continua alacremente i lavori di lingua e tiene i contatti con gli amici, Charles inizia un nuovo taccuino in cui annota ogni giorno un breve pensiero sul Vangelo, uno su un passaggio dell’Imitazione di Cristo e uno sul santo del giorno secondo il calendario liturgico di Roma. L’11 giugno, Pentecoste, prosegue annotando qualche versetto del Vangelo di Luca. Interromperà gli appunti il 21 giugno, poco prima di lasciare la casetta dove vive, un po’ in disparte, da undici anni.]

All’amico Louis-Joseph de Balthasar[1] – Tamanrasset, 7 marzo 1916

Mio carissimo Balthasar, che gioia ricevere la sua lettera! Non le posso dire quanto mi renda felice. Mi auguro di tutto cuore che ora la nostra corrispondenza resti regolare, senza lunghe interruzioni; il tempo che mettono le lettere a percorrere la distanza che ci separa è un po’ scoraggiante, ma che importa! Ricevo la sua all’istante; non abbiamo corriere che ogni 18 giorni, ci porta delle lettere che, dopo il viaggio in ferrovia, hanno passato 30 giorni a dorso di cammello.

…Ecco undici anni e mezzo che sono qui, solo francese, solo cristiano, in un eremo a 400 o 500 metri da un raggruppamento tuareg circondato da qualche coltivazione, a 50 chilometri da Fort-Motylinski, capitale dell’Ahaggar, dove risiede un ufficiale francese (ordinariamente Tenente) con 2 o 3 sottufficiali o caporali francesi e una ventina di militari indigeni (arabi o tuareg).

Tre volte, in 16 anni, sono andato in Francia; 2 volte per qualche giorno soltanto, la terza abbastanza a lungo ma accompagnato da un tuareg al quale, per la sua istruzione, per la sua crescita intellettuale e morale, volevo far vedere la Francia. Se Dio mi presta vita, ci verrò dopo la vittoria e la pace, e farò di tutto per vederla; verrò a trovarla dove mi dirà di andare. Dove abita in tempi normali? A Castel Roc de St Pantaléon?

Come passo il tempo? A pregare il buon Dio; a creare legami[2] e far progredire moralmente, materialmente, intellettualmente, i miei vicini; a fare dei dizionari, delle grammatiche, delle raccolte di testi di lingua tuareg che permetteranno ai Francesi, missionari, militari, civili, laici d’intrattenere rapporti facili con la popolazione tuareg. Non faccio nessun discorso, nessuna predica, nessuna scuola; non parlo che a tu per tu[3]; consiglio a tu per tu, dando a ciascuno quello che credo sia capace di ricevere, ad alcuni senza consigliare niente e contentandomi di fare elemosine; non è la semina del Vangelo, è il dissodamento preparatorio.

I miei giorni passano in fretta, sono molto felice.

Mia sorella, suo marito, i suoi 6 figli (3 figli tutti ufficiali, di cui 2 ufficiali di marina, e 3 figlie) vanno bene; sono felici; i miei tre nipoti sono stati protetti fino ad oggi. I miei altri parenti prossimi non sono più molto numerosi; della generazione anteriore alla nostra, non ne restano più; quelli della nostra generazione cominciano a partire per la patria eterna.

Non ricevevo giornali prima della guerra, ma dall’inizio della guerra ricevo l’Echo de Paris e la Dépêche Algérienne; quando la Madre è in pericolo, bisogna prendere sue notizie; bisogna anche fare quel che si può per lei; io non posso che pregare, perché la Chiesa autorizza i preti a servire nell’Esercito quando sono chiamati dalle leggi nazionali, ma non permette loro di contrarre arruolamenti volontari[4]; ora i miei 57 anni ½ m’impediscono d’essere richiamato, dal momento che da 25 anni ho dato le dimissioni d’ufficiale di riserva. Avrei ancora la forza di servire; conservo buona salute, sotto l’apparenza di vecchiaia: né denti, né capelli, barba molto grigia, righe innumerevoli.

Grazie dell’Ave Maria quotidiana così fedele. Lei sa che la mia povera preghiera gli è fedele, anch’essa. I miei rispettosi omaggi alla Signora de Balthasar e a sua figlia.

Un ricordo molto affettuoso a suo figlio. La bacio sulle due guance e le voglio bene con tutto il cuore – Ch. de Foucauld[5].

[Quando Charles scrive questa lettera all’amico, rimpiangendo di non essere al fronte con gli altri, non sa ancora che anche il Sahara sta diventando, a suo modo, un campo di battaglia. Il 6 marzo trecento uomini armati di fucili e cannoni italiani assaltano il forte di Djanet, alla frontiera con la Libia, a Nord-Est di Tamanrasset, e lo conquistano dopo diciotto giorni d’assedio. Quando il 7 aprile arriva la notizia, si diffonde subito la paura tra i Tuareg e i militari dell’Hoggar, perché ormai sembra che i Senussiti abbiano “via libera”[6].

Dopo aver letto un articolo di René Bazin, famoso scrittore cattolico, apparso sull’Écho de Paris il 22 gennaio 1916, Foucauld gli scrive per congratularsi e ne nasce uno scambio di lettere sulla missione tra i musulmani.]

A René Bazin – 7 aprile 1916

…Ci sono molto pochi missionari isolati che facciano quest’ufficio di dissodatori; vorrei che ve ne fossero tanti; qualsiasi parroco d’Algeria, di Tunisia o del Marocco, qualsiasi cappellano militare, qualsiasi cattolico laico, lo potrebbe essere. Il Governo proibisce al clero secolare di fare propaganda antimusulmana, ma si tratta di propaganda aperta e più o meno chiassosa; le relazioni amichevoli con parecchi indigeni, che tendano a condurre lentamente, dolcemente, silenziosamente, i musulmani ad avvicinarsi ai cristiani, diventati loro amici, non possono essere proibiti a nessuno. Qualsiasi parroco delle nostre colonie si potrebbe sforzare di formare diversi suoi parrocchiani e parrocchiane ad essere dei Priscilla e degli Aquila.  C’è tutta una propaganda tenera e discreta da fare presso degli indigeni infedeli, propaganda che esige anzitutto bontà, amore e prudenza, come quando vogliamo ricondurre a Dio un parente che ha perso la fede[7]

A Madre Saint-Michel, badessa delle Clarisse di Nazareth – Tamanrasset, 30 aprile 1916

Santo Alleluia, reverenda Madre, Santo alleluia nel tempo, in attesa dell’alleluia della Patria celeste. La mia giornata e la mia preghiera sono più che mai con lei e con le mie Sorelle in questo tempo santo. Dio vi doni la Sua pace, quella pace che il mondo non può dare ma che Dio dà a coloro che l’amano.

Ricevo la sua lettera del 15.1. molto toccato dalla sua preghiera, dai suoi e dai loro auguri. Grazie con tutto il cuore.

Le lettere, che mettono sempre tanto tempo a raggiungere i nostri deserti, mettono più tempo che mai in questo momento.

Dio sia benedetto della carità di cui siete circondate a Malta, l’isola di San Paolo; spero che partendo vi lasciate uno sciame di figlie di S. Chiara. Ho piena convinzione che rientrerete nella vostra cara Nazareth: quando? Non so, ma forse più presto di quanto si creda[8].

Io vado bene. Non mi manca niente. Mi mandano regolarmente delle ostie dalla Francia.

Grazie del bellissimo discorso di mons. Gibier e della pia clarissa in preghiera che mi è stato dolcissimo ricevere: preghi, preghi per me e per i poveri infedeli che mi circondano, abbiamo tutti bisogno di preghiere per rendere a Dio quel che è di Dio, il nostro amore, la nostra volontà, le nostre preghiere, le nostre parole e tutti gli atti della nostra vita.

…Santifichiamoci: santifichiamoci per GESÙ al quale lo dobbiamo; santifichiamo per fare più bene alle anime; si fa del bene agli altri nella misura della vita interiore che si possiede; e bisogna fare del bene alle anime: “amatevi gli uni gli altri; amatevi come io ho amato voi; da questo conosceranno che siete miei discepoli”[9]

[Il 21 giugno Charles interrompe le brevi annotazioni sul Vangelo di Luca, perché si prepara a lasciare la sua casetta e stabilirsi a un chilometro di distanza, più vicino al villaggio, sulla riva destra dell’uadi Tamanrasset.

Nell’agosto dell’anno precedente, ha cominciato a costruire una casbah, sul modello di quelle scoperte e disegnate tanti anni prima in Marocco. Si tratta di residenze fortificate con un pozzo all’interno, che funzionano da abitazione, rifugio, magazzino. Gliene era venuta l’idea pensando ai più poveri del villaggio, quelli che, non avendo cammelli, non possono andare lontano e che, fin dal 1914, sono esposti a due minacce: i razziatori marocchini ad ovest e ad est i ribelli senussiti. Per farsi una sorta di alloggio all’interno del fortino, Charles non esita a smantellare il vecchio eremo per recuperarne anche travi, porte e finestre[10]. Ora è questo il suo eremo, simile ai “conventi fortificati e alle chiese fortificate del decimo secolo”[11] Vi si trasferisce il 23 giugno 1916, benché il fortino non sia terminato. E lì continua a copiare in bella copia le poesie tuareg: ne ha trascritte già 600 pagine.]

A Louis Massignon – Tamanrasset, 15 luglio 1916

Carissimo fratello in GESÙ, grazie della sua lettera del 23 maggio arrivata questa mattina.  GESÙ la guardi e la Santa Vergine e San Giuseppe la portino, nelle loro braccia, lei suo figlio, “ecce mater tua”[12], come hanno portato GESÙ bambino… L’amore consiste, non a sentire che si ama[13] ma a voler amare: quando di vuole amare, si ama; quando si vuole amare al di sopra di tutto, si ama al di sopra di tutto… Se capita di soccombere a una tentazione, è perché l’amore è troppo debole, non che non esista: bisogna piangere, come San Pietro, pentirsi, come San Pietro, umiliarsi come lui, ma anche come lui dire per tre volte “ti amo, ti amo, tu sai che, nonostante le mie debolezze e i miei peccati, ti amo” … Quanto all’amore che GESÙ ha per noi, ce l’ha provato a sufficienza perché crediamo senza sentirlo: sentire che L’amiamo e che Lui ci ama, sarebbe il cielo: il cielo non è, salvo rari momenti e rare eccezioni, per quaggiù… Raccontiamoci spesso la doppia storia delle grazie che Dio ci ha fatto personalmente dalla nostra nascita e quella delle nostre infedeltà: vi troveremo, noi soprattutto che abbiamo vissuto a lungo lontano da Dio, le prove più certe e più toccanti del suo amore per noi, così come, purtroppo, le prove così numerose della nostra miseria: di che perderci in una fiducia senza limiti nel suo amore (Egli ci ama perché è buono, non perché noi siamo buoni – le madri non amano i loro figlioli traviati?), e di che sprofondarci nell’umiltà e nella diffidenza verso di noi… Cerchiamo a riscattare un po’ i nostri peccati con l’amore del prossimo, con il bene fatto al prossimo, alle anime: la carità verso il prossimo, gli sforzi fatti per fare del bene alle anime sono un eccellente rimedio da opporre alle tentazioni: è passare dalla semplice difesa al contrattacco[14]

A Louis Massignon – Tamanrasset, 1° agosto 1916

Carissimo fratello in GESÙ, ricevo le sue lettere del 2 e del 19 giugno.           GESÙ la guardi e la Madonna del perpetuo Soccorso, nome così vero sotto il quale amo tanto invocarla[15], le porti tutta la sua vita fra le braccia. La mia preghiera e il mio pensiero sono con voi, vi sono uniti com’è il mio cuore. Pensi molto agli altri, preghi molto per gli altri. Dedicarsi alla salvezza del prossimo con i mezzi in suo potere, preghiera, bontà, esempio, ecc.…., è il miglior mezzo di provare allo Sposo divino che lo ama: “tutto quello che fate a uno di questi piccoli, è a me che lo fate”[16]… L’elemosina materiale che si fa a un povero, è al creatore dell’Universo che si fa, il bene che si fa all’anima di un peccatore, è alla purezza increata che si fa… Dio ha voluto che fosse così per dare a questa carità verso il prossimo di cui ha fatto il 2° dovere “simile al primo”[17] un’autentica similitudine con questo primo dell’amore di Dio… Non c’è, io credo, parola del Vangelo che abbia fatto su di me una più profonda impressione e trasformato di più la mia vita di questa: “Tutto quello che fate a uno di questi piccoli, è a me che lo fate”. Se si considera che queste parole sono quelle della Verità increata, quelle della bocca che ha detto “questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”, con quale forza si è portati a cercare e ad amare GESÙ in “questi piccoli”, questi peccatori, questi poveri, indirizzando tutti i mezzi spirituali verso la salvezza delle anime e tutti i mezzi materiali verso il sollievo delle miserie temporali…

È forse in questo uscire da sé stesso per andare con tutte le proprie forze a GESÙ nel prossimo che Dio ha messo il miglior rimedio contro le sue tentazioni, tentazioni permesse da Dio per darle quell’umiltà, quella diffidenza di sé, quella coscienza della nostra profonda miseria, quell’indulgenza, quella pietà verso il prossimo di cui abbiamo tutti così gran bisogno.

Il divino Sposo delle nostre anime la guardi, carissimo fratello, protegga la Francia, figlia maggiore della Chiesa sempre e nonostante tutto, dove vivono più che altrove lo spirito di carità, lo spirito apostolico che sono il suo spirito e di cui, dopo la santa Chiesa, ha fatto nostra madre quaggiù.

Suo fratello che l’ama con tutto il cuore nel CUORE dell’amatissimo GESÙ – Ch. de Foucauld[18].

[Il 9 agosto arriva a Tamanrasset la notizia della disfatta dei Francesi alla frontiera libica e che i Senussiti marciano verso l’Hoggar. Fino a metà settembre si susseguono allarmi e notizie contraddittorie. La casbah viene dotata di nuove fortificazioni in modo da servire di rifugio, in caso di attacco e di evacuazione del forte Motylinski, anche ai soldati (i lavori finiscono la sera del 15 novembre). In quest’occasione gli vengono affidate “14 carabine e 2 casse di cartucce”. Ciò che grava sulla gente, oltre alle minacce armate, è l’angoscia della fame.]

Alla cugina Marie de Bondy – Tamanrasset, 30 ottobre 1916

Credo che non saremo attaccati dai Senussiti prima di un certo periodo di tempo e solo in seguito a nuovi avvenimenti poco probabili. Ringrazio però il buon Dio per aver trasformato il mio eremo in un luogo di rifugio: ci è stato utile al momento del falso allarme di quaranta giorni fa… Temo una gran fame per prossimo inverno, e quello che mi ha mandato mi permette di fare le necessarie provviste affinché qui e nei dintorni non ci sia gente che muoia (nel senso vero, e non figurato, del termine) di fame. Qui si fanno due raccolti l’anno, uno di grano e uno di miglio: il primo è stato scarso, il secondo nullo. E ciò accade dopo quattro raccolti andati quasi a vuoto e dopo undici anni di siccità: il paese non ne può più…

… Le donne di qui che hanno imparato a lavorare all’uncinetto mi hanno incaricato di chiederle tre modelli: scarpette all’uncinetto per bambini di un anno, calze per bambini della stessa età, vestitini all’uncinetto. Passo a lei la richiesta molto volentieri, lieto che queste donne comprendano l’utilità dell’uncinetto e del lavoro a maglia, e quella di vestire i loro figli, che spesso vanno in giro fino a dieci anni vestiti nel modo più sommario[19]

Alla cugina Marie de Bondy – Tamanrasset,16 novembre 1916

…Com’è buono il Buon Dio a nasconderci l’avvenire! Che supplizio sarebbe la vita se ci fosse meno ignota! E com’è buono di farci conoscere così chiaramente quest’avvenire dal cielo che seguirà la prova terrestre![20]

[Il 28 dicembre 1916 Charles termina la copia delle poesie tuareg: gli restano da copiare per la pubblicazione i testi in prosa e la grammatica. Ben presto, spera, avrà più tempo di uscire per vedere la gente… Lo stesso giorno scrive alcune lettere che partiranno con il corriere del 2 dicembre. Vennero ritrovate, insieme alle lettere del 1° dicembre, tutte affrancate e pronte per la posta, il 21 dicembre, venti giorni dopo la morte di Foucauld, durante la prima ricognizione del fortino saccheggiato, da parte del capitano de la Roche[21].]

A Madre Saint-Joseph, delle Clarisse di Nazareth – Tamanrasset, 28 novembre 1916

Reverendissima Madre, quanto mi devo scusare di risponderle soltanto oggi alla sua lettera del 12 gennaio. La sua carità mi perdonerà. Lei sa almeno che la mia povera preghiera le è fedele; da tanti anni prego ogni giorno per lei; ho messo le sue intenzioni ai piedi del buon Dio, le anime che le sono care, il progetto di fondazione a Malta che sembra così desiderabile.

Il mio lungo silenzio è motivato dalla gran quantità di lavoro. Non sono stato malato, non ho viaggiato; ma anche qui, nel mio eremo, il lavoro è stato più pesante del solito. La guerra ha causato questo sovrappiù d’attività.

Viviamo dei giorni in cui l’anima sente fortemente il bisogno di preghiera. Nella tempesta che infuria sull’Europa, si sente il nulla della creatura e ci si volge verso il Creatore. Nella barca sballottata dai flutti, ci si volge verso il divino Maestro, e si supplica Colui che con una parola può dare la vittoria e fare rinascere per lungo tempo una grande calma. Si tendono le braccia verso il cielo come Mosè durante il combattimento dei suoi, e là dove l’uomo può così poco si prega Colui che può tutto.

Lei benedice Dio più che mai, ne sono certo, della sua santa vocazione che la mette così spesso ai Suoi piedi, che la tiene in un così frequente tête-à-tête con Lui. Davanti al Santissimo Sacramento ci si sente così bene in presenza dell’Essere, mentre tutto il creato sembra con tanta evidenza toccare il nulla.

La Santa Famiglia ai piedi della quale viveva a Nazareth non l’ha abbandonata; l’ha accompagnata a Malta, conducendola per mano in quella terra ospitale. La benedico per questo. È in buone mani; la Santa Famiglia la porterà durante tutto il pellegrinaggio terrestre come la proteggerà all’ora della partenza dalla terra e come la accoglierà nella Patria.

Preghi tanto, Reverendissima madre, per i poveri infedeli che mi circondano e per il loro poverissimo missionario. Insieme a lei prego perla Francia.

Il suo umile e rispettoso servo religiosamente devoto nel CUORE di GESÙ – Charles de F.[22]

A Louis Massignon – Tamanrasset, 1° dicembre 1916

Carissimo fratello in GESÙ, ricevo stamattina le sue lettere del 3 e 9 ottobre, commosso al pensiero dei pericoli più grandi che forse correrà, che probabilmente corre già. Ha fatto benissimo a chiedere di passare nella truppa. Non bisogna mai esitare a chiedere i posti in cui il pericolo, il sacrificio, la dedizione, sono più grandi: l’onore, lasciamolo a chi lo vorrà, ma il pericolo, la pena, reclamiamoli sempre. Cristiani, dobbiamo dare l’esempio del sacrificio e della dedizione. È un principio al quale bisogna essere fedeli tutta la vita, in semplicità, senza chiedere se non entri un po’ d’orgoglio in questa condotta: è il dovere, facciamolo e chiediamo all’amatissimo Sposo della nostra anima di farlo in tutta umiltà, in totale amore di Dio e del prossimo… Ha fatto bene. Cammini in questa via in semplicità e in pace, certo che è GESÙ che l’ha ispirato a seguirlo. Non sia inquieto per casa sua. Si affidi e l’affidi a Dio, e cammini in pace. Se Dio le conserva la vita, cosa che gli chiedo con tutto il cuore, il suo focolare sarà più benedetto perché, sacrificandosi di più, sarà più unito a GESÙ e avrà una vita più soprannaturale. Se morrà, Dio guarderà la Signora Massignon e suo figlio senza di lei come Egli li avrebbe guardati con lei. Offra la vita a Dio per le mani di Nostra Madre la Santissima Vergine in unione col Sacrificio di Nostro Signore GESÙ e a tutte le intenzioni del Suo Cuore, e cammini in pace. Abbia fiducia che Dio le darà la sorte migliore per la Sua Gloria, la migliore per la sua anima, la migliore per l’anima degli altri, poiché non gli chiede che questo, poiché tutto quello che Egli vuole, lei lo vuole, pienamente e senza riserve.

Il nostro angolo di Sahara è in pace. Vi prego per lei con tutto il cuore e insieme per la sua famiglia.

Questa le arriverà tra Natale e il 1° gennaio. Mi cerchi accanto a lei in questi due giorni. Buono e Santo Anno, numerosi e Santi anni se è la volontà divina, e il cielo. Dio la guardi e protegga la Francia! GESÙ, Maria e Giuseppe la guardino tra loro in tutta la sua vita terrestre, all’ora della morte e nell’eternità.

L’abbraccio di tutto cuore come l’amo nel CUORE di GESÙ. Ch. de Foucauld[23]

A Marie de Bondy – Tamanrasset, 1° dicembre 1916

Grazie, mia carissima madre, per le sue lettere del 15, 20 e 26 ottobre, arrivate questa mattina insieme alla scatola di cacao: continua a viziare il suo vecchio figliolo!

Spero che quando le giungerà la presente – molto prima del 1° gennaio – Madeleine e Jean stiano bene in salute, e che lei non stia troppo male. Deve certo sentire il peso degli anni: per lei, da tanto tempo, contano più del doppio a causa delle prove. Deve sentirsi certo schiacciata dopo le angosce di questi due anni e mezzo di guerra e di preoccupazioni per la Francia e per Jean! … Le preoccupazioni, le sofferenze, vecchie e recenti, accettate con rassegnazione, offerte a Dio in unione alle intenzioni dei dolori di Gesù. rappresentano non soltanto la sola cosa, ma la più preziosa che il buon Dio le offre affinché possa arrivare dinanzi a Lui con le mani piene e io ne sono contento; ma ho la ferma speranza che il buon Dio non sarà del suo avviso. L’ha resa troppo partecipe del suo calice quaggiù, e l’ha bevuto troppo fedelmente perché Egli non la faccia largamente partecipe anche della sua gloria in cielo. Il nostro annientamento è il mezzo più potente che abbiamo per unirci a Gesù e per fare del bene alle anime: è quanto San Giovanni della Croce ripete continuamente. Quando si può soffrire ed amare si può molto, si può tutto ciò che è possibile a questo mondo: si sente che si soffre, ma non si sente sempre che si ama, ed è un’altra grande sofferenza! Ma si sa che si vorrebbe amare, e voler amare significa amare. Ci si accorge di non amare abbastanza, ed è vero, perché non si amerà mai abbastanza[24]; ma il buon Dio sa di che fango ci ha impastato, e poiché ci ama più di quanto una madre possa amare suo figlio, ci ha detto, Lui che non mente, che non respingerà chi va a Lui[25]

[La sera stessa del 1° dicembre 1916 Charles de Foucauld veniva ucciso, nel corso di un assalto al fortino, da una banda isolata di Tuareg alleati a dei Senussiti libici. Era venerdì, il 1° venerdì del mese, e l’intenzione di preghiera per quel dicembre era la conversione dei musulmani. Poco dopo di lui, venivano uccisi successivamente tre cammellieri arabi[26].

Nel taccuino di pensieri quotidiani, iniziato il 1° gennaio 1916, il 18 gennaio aveva scritto:]

18 gennaio. Vite dei santi – Catene di San Pietro a Roma – Dio costruisce sul nulla. È con la sua morte che Gesù ha salvato il mondo; è con il niente degli apostoli che ha fondato la Chiesa; è con la santità e nel nulla dei mezzi umani che si conquista il cielo e che la fede viene propagata[27].

[In questi ultimi scritti spirituali insisteva sull’unica cosa che conta, sull’unica cosa che dà senso alla vita, qualunque cosa facciamo: il comandamento dell’amore. Scriveva il 18 giugno, meditando Lc 2, 21:]

…” Gli fu messo nome Gesù”, vale a dire “Salvatore”. Ha voluto che il suo nome esprimesse la sua opera…

…Amare il prossimo, cioè tutti gli esseri umani come noi stessi, è fare della salvezza degli altri e nostra, l’opera della nostra vita; amarci gli uni gli altri come Gesù ci ha amato, è fare della salvezza di tutte le anime l’opera della nostra esistenza, dando, se occorre, il nostro sangue per lui, come ha fatto Gesù[28].

Il 21 giugno scriveva la sua ultima meditazione su Lc 2, 51-52 “Cresceva in sapienza, età e grazia”: A misura che avanzava in età, la sapienza e l’abbondanza delle grazie divine che erano in lui si manifestavano sempre più, apparivano sempre più agli occhi, coi suoi atti esterni… Lo stesso sia per noi: a misura che cresciamo negli anni, la grazia ricevuta al battesimo, quella che riversano in noi i sacramenti, quella di cui Dio fa dono con abbondanza crescente all’anima fedele dovrebbero apparire sempre più nelle nostre opere: ogni giorno della nostra vita segni un progresso in sapienza e in grazia… Piangiamo,: umiliamoci se accade diversamente, soprattutto se per disgrazia indietreggiamo; ma non scoraggiamoci; il nostro star fermi o indietreggiare ci renda più umili, più diffidenti di noi, più vigilanti, più indulgenti, più pieni di bontà per gli altri, più miti, più umili, più rispettosi, più fraterni col nostro prossimo, pentiti, penetrati della nostra miseria e della nostra ingratitudine, ma sempre infinitamente fiduciosi in Dio, sempre sicuri del suo amore, amandolo con amore tanto più tenero e riconoscente, in quanto egli ci ama nonostante le nostre miserie, dicendogli dopo ogni caduta, come San Pietro: “Signore, tu lo sai che ti amo”[29]

[1] Con quest’ufficiale medico, un poco più anziano, aveva legato amicizia durante la spedizione sugli altipiani del Sud-Oranese nel 1881, dopo la reintegrazione nell’esercito. L’ultima lettera che gli aveva scritto prima di questa risaliva, sembra, a 11 anni prima, ma non aveva mai dimenticato l’amico: l’onomastico di Balthasar, insieme ad altre date significative sue e di membri della sua famiglia, si trova nella raccolta di date da ricordare in VN, p. 185-186 e nelle annotazioni successive è indicata la promessa di recitare ogni giorno quattro Ave per lui e per la moglie (VN, p. 190). Si ricordi anche la confidenza sulla devozione alla Madonna del Perpetuo Soccorso, fatta all’amico nel 1891.

[2] Il termine, già visto, è “apprivoiser”.

[3] Cf. lettera del 15.01.1908 a p. Guérin. L’espressione usata è “en tête à tête”.

[4] Per questo desiderio di servire come cappellano o barelliere, cf. anche AAD, p. 172.

[5] Lettera riprodotta per la prima volta nel bollettino Amitiés Charles de Foucauld n. 94, Avril 1989.

[6] Così scrive Charles alla cugina dandole la “grave notizia” e raccontando i fatti di Djanet in una lettera dell’11 aprile (LMB, p. 205).

[7] AAD, p. 202-203. Si ricordi che Massignon, nel 1917, nel corso della licenza presa appena saputa la notizia della morte dell’amico del deserto, “requisì” Bazin per scriverne la biografia e lo scelse proprio per la stima che aveva di lui fr. Charles. Si può notare il riferimento implicito alla conversione personale favorita dall’esempio della cugina. Un’altra lettera a Bazin, del 16 luglio 1916, è riportata nella biografia (B, p. 377-378).

[8] Ci rientrarono il 14 giugno 1919. Cf. “Famiglia Charles de Foucauld. Jesus Caritas”, cit., p. 76.

[9] Cf. Gv 13, 34-35.

[10] Cf. lettera a Laperrine, del 1° luglio 1916, in cui spiega i motivi e i modi della costruzione, lettera riportata nel libro di Piccola Sorella Annie di Gesù, Charles de Foucauld, Qiqajon, Magnano 1998, p. 122-124. Cf. LMCF, p. 79-80 (questo libro di Antoine Chatelard, piccolo fratello di Gesù di Tamanrasset, analizza, con rigore scientifico, gli ultimi due anni di vita e riporta tutta la documentazione relativa alle circostanze della morte di Charles de Foucauld).

[11] B, p. 380.

[12] Gv 19,27.

[13] Il curatore della raccolta di lettere a Massignon, Jean-François Six (suo discepolo e responsabile della Sodalité iniziata da Massignon) ricorda come Charles de Foucauld ha vissuto tutta la sua vita di convertito nell’aridità, come quando a Nazareth, il 6 giugno 1897, scriveva nei suoi appunti: “Aridità e tenebre; tutto mi è penoso: Santa Comunione, preghiere, orazione, tutto, tutto, anche di dire a Gesù che l’amo. Mi devo aggrappare alla vita di fede. Se almeno sentissi che Gesù mi ama! Ma non me lo dice mai”. Cf. AAD, p. 205.

[14] AAD, p. 205-206. Questa e le lettere seguenti a Massignon, presenti in altre antologie, non le omettiamo, essendo troppo importanti per cogliere in profondità il pensiero di Charles de Foucauld, perciò le tralasciamo, sempre a partire dall’edizione integrale.

[15] Come si è visto, aveva da tempo una particolare devozione per Maria invocata sotto questo titolo e, durante i mesi di studi a Roma come Trappista, tra il 1896 e il 1897, amava frequentare la chiesa di S. Alfonso in via Merulana, dove si venera quest’immagine.

[16] Mt 25,40.

[17] Mt 22,39.

[18] AAD, p. 209-210.

[19] LMB, p. 211. Era stato Uksem a imparare uncinetto e ferri nel suo soggiorno in Francia…Per la siccità, cf. anche LMCF, p. 84-91

[20] B, 383; cf. LMCF, p. 101.

[21] Cf. LMCF, p. 81, 101 e 188.

[22] Da una copia del manoscritto della lettera in possesso delle Clarisse di Nazareth. Nella busta Charles aggiunge cinque biglietti personali per altrettante Clarisse, tra le quali Sr. St. Jean e Sr. St. Raphaël, oltre a uno più lungo per madre St. Michel (riprodotta a p. 34 del n.61 della rivista “Famiglia spirituale Charles de Foucauld…”, cit.).

[23] AAD, p. 214-215.

[24] Amabo nunquam satis” (“Non amerò mai abbastanza”) erano le ultime parole pronunciate prima di morire, nel 1910, da don Henri Huvelin, direttore spirituale di entrambi, testimone della conversione di Charles a Saint Augustin nell’ottobre 1886.

[25] LMB, p. 210-211.

[26] Per la prima volta Antoine Chatelard ha pubblicato l’insieme dei documenti, anche inediti, relativi alla morte di Charles de Foucauld, e per un’informazione oggettiva su queste circostanze, a volte romanzate, rimandiamo al suo libro, LMCF.

[27] VN, p. 215.

[28] VN, p. 228.

[29] VN, p. 229-230. L’ultima citazione è da Gv 21, 16.

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