Eric, della fraternità di Detroit (USA) ci parla della vita comune che ha vissuto con un’amica K., le difficoltà di comprensione e le crisi vissute tra di loro fino all’attuale separazione. Egli legge que­sta sua esperienza alla luce della riflessione attuale che si tiene nell’insieme della Fraternità sul tema: “Unità e diversità” nella vita fraterna. La sua testimonianza, chiara e sincera, è senz’altro un bel contributo per la nostra vita concreta e per le nostre relazioni in fraternità e con i vari amici e amiche.

 

Ultimamente mi vengono in mente un mucchio di pensieri e sentimenti come fossero degli animali smarriti. Qualche volta scrivere aiuta a comprendere meglio cosa ci succede e si arriva a far amicizia con questi animali smarriti. Potrei condividere una parte di tutto questo se i fratelli pensano che ciò non imbarazzi i lettori e i traduttori (io stesso a volte ho fatto delle traduzioni per i rifugiati e compatisco i traduttori e le traduttrici nella fraternità!).

Éric con colleghi e colleghe di lavoro

Una donna alla quale ero legato da amicizia da trent’anni e che viveva da me, ormai da sei anni, se n’è andata via la settimana scorsa. Gli ultimi due mesi che ha passato qui sono stati molto difficili per tutti e due. Le avevo detto che la mia comunità non poteva più sostenerla e che fin quando fosse rimasta qua, dovevamo fare la spesa e pagare le bollette. Ha accettato di traslocare alla fine del mese di febbraio. Al momento stabilito lei non aveva ancora impacchettato niente delle sue cose ed io ero molto inquieto riguardo alle sue intenzioni. Si è arrabbiata con me, accusandomi di non averle dato il tempo sufficiente per trovare un posto dove vivere e per procurarsi i soldi per il trasloco. Dopo la sua partenza mi ha detto che era dispiaciuta per non essersi presa il tempo per ri­mettersi in sesto e faceva ricadere la colpa su di me. Di fatto essa era in collera con se stessa ma bia­simava me.
Era venuta da me dopo aver perso la casa e non sapeva dove andare. Mi chiese se poteva ri­manere due mesi da me per potersi ristabilire finanziariamente. In seguito mi disse di aver bisogno di 6 mesi in più. C’era una buona intesa tra di noi e non c’erano problemi. Diverse volte mi disse di trovarsi troppo bene a casa mia. Avrei dovuto fare più attenzione al fatto che non faceva alcuno sforzo, come avrebbe dovuto, per prepararsi a partire. A causa della mia personalità dipendente e della mia tendenza a darle tutto il tempo e lo spazio di cui aveva bisogno, penso di non averla aiuta­ta.
Sono stato colpito dal fatto che, anche dopo un’amicizia di trent’anni, non conoscevo una parte della sua personalità ed ero meravigliato delle mie reazioni nel periodo della crisi. “Perché mi sono fidato di tutte le sue promesse malgrado che alcuni amici mi avessero consigliato di non farlo…?”. Ero in contraddizione con me stesso.
Amare veramente qualcuno o semplicemente “volergli bene” sono due cose diverse. K. (la mia amica) è molto diversa da me. E’ una donna afro-americana con 2 bambini ed io sono un uomo bianco europeo senza figli. É cresciuta in un paese con discriminazione razziale e dominato da raz­zisti bianchi. Ha vissuto con il padre dei suoi figli per parecchi anni e in seguito, per 10 anni, con un altro uomo. E’ stata maltrattata in tutte le maniere, sessualmente, verbalmente, fisicamente e ha do­vuto prendersi la responsabilità di allevare i suoi fratelli e sorelle, quando lei stessa era ancora un’adolescente. Sua madre era spesso assente e suo padre non c’era. E’ comunque riuscita a termi­nare la scuola, a lavorare e ad educare le sue due figlie gemelle. E’ diventata avvocato ed ha difeso delle persone povere accusate di crimini. Ad un certo punto le sue entrate sono crollate drasticamen­te ed ha perso la casa.

Al lavoro

E’ un’attivista ed è molto decisa per quanto riguarda il problema razziale, il genere (gender) e tutte le altre forme di ingiustizia. Per lei, io sono esattamente una di quelle persone responsabili delle ingiustizie di cui lei è vittima ché di razza nera e perché donna. Mi ripeteva spesso che non avrei mai potuto capire i suoi pensieri e i suoi sentimenti; su questo ero d’accordo con lei. La schia­vitù è stata abolita da tanto tempo, ma le conseguenze sono ancora molto presenti negli spiriti e nel cuore di tante persone. Sono come delle piaghe mai completamente guarite. Appena si toccano certe cose, le piaghe si riaprono. Abbiamo attraversato diversi momenti di crisi nella nostra relazione ed è un miracolo che siamo ancora amici.
Tutto questo mi riporta al problema dell’ “unità e diversità” su cui stiamo riflettendo in que­sto periodo in Fraternità: come possiamo accoglierci ed aiutarci vicendevolmente a vivere la nostra vocazione nella Fraternità malgrado il fatto di non comprendere il perché l’altro agisca e pensi in un certo modo?
La risposta non è semplice. Una cosa, credo, è certa: se noi non accettiamo i nostri fratelli come fratelli e partners alla pari nella nostra ricerca, noi non troveremo alcuna risposta. Se crediamo che i nostri fratelli hanno la nostra stessa vocazione, non dovremmo essere disponibili ad imparare da loro? Abbiamo tutti delle qualità e dei doni differenti. Ho l’impressione che alcuni, nelle nostre comunità, siano considerati come più importanti, più rispettati o più valorizzati di altri, forse a causa delle loro così dette “qualità umane” o per altre ragioni. Coloro che sono “più svegli”, hanno la tendenza ad utilizzare tale “qualità” per imporre le loro idee agli altri e apparentemente ci riescono. La maggioranza di noi ha tendenza a manipolare gli altri per andare avanti. Lo facciamo in diversi modi: in modo passivo, aggressivo, con l’intimidazione o non facendo attenzione a ciò che l’altro tenta di comunicarci, ecc.
San Paolo nelle sue lettere scrive che tutti noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro per fare un “corpo”; nessuno è più o meno importante di un altro.
“Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondia­mo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, men­tre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo mag­giore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.  Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui”. (1 Cor. 12, 21-26)

Nonostante le nostre differenze, K. ed io abbiamo imparato a volerci bene come fratello e sorella. Per arrivare a questo abbiamo dovuto cominciare ad accettarci come persone eguali. E’ un processo continuo.
Le differenze di razza, di genere, d’intelligenza, di religione, di cultura ecc. non possono di­viderci se l’amore dell’uno per l’altro, in quanto umani, è abbastanza forte da tenerci uniti.
“La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della veri­tà. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà”. ( 1 Cor. 13,4-8).
Ho pregato per imparare a vivere nel momento presente e di non preoccuparmi del passato o del futuro. In questo sono stato aiutato da una lettura del Dalai Lama.
Anche i frutti dello Spirito Santo descritti da Paolo, mi vengono sovente in mente:
“Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;  contro queste cose non c’è legge”. (Gal.5,22-23)

Non so esattamente ciò che ha aiutato K. a superare i nostri momenti difficili. Il camminare di Dio con me è stato l’aiuto che ho maggiormente percepito. Dio non ha mai cessato di amarmi per quello che sono con tutti i miei difetti, la mia mancanza di fiducia, ecc. E’ di aiuto per me sapere che Dio mi ha sopportato per tutta la vita e non mi ha mai abbandonato. Come posso io abbandonare mia sorella o mio fratello,…o me stesso?

Alcuni dei nostri amici e vicini hanno paura di essere deportati in Messico a causa del nuovo corso della politica governativa nei confronti di coloro che non hanno i documenti in regola per vi­vere nel nostro paese. Tutto ciò procura dell’ansietà soprattutto in quelle famiglie dove le mogli, i mariti e i figli potrebbero subire la separazione. Potrebbero partire di casa al mattino per andare al lavoro, a scuola o in chiesa ecc., senza sapere se vi potranno ritornare. Potrebbero persino sentir bussare alla porta di notte ed essere portati via.

Cercando un’alba migliore

Mai così tante persone da dopo la guerra del Viêt-Nam (15.000 persone allora erano fuggite attraverso la frontiera del Nord), americani e rifugiati tentano di andare da qui al Canada. Alcuni ri­fugiati sono rimasti mutilati a causa del congelamento per le lunghe ore di marcia nella neve.
Le parole e le decisioni del presidente hanno anche aumentato le tensioni tra persone di dif­ferenti etnie, religioni o di genere. Approfittare della paura e dei pregiudizi sembra essere la strate­gia politica più efficace utilizzata dal potere attuale.
Una cosa è positiva: sembra che sia in aumento il numero di persone che prende coscienza dell’impatto della cattiva politica sulla propria vita e sta iniziando una certa resistenza.

Eric