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I fratelli della fraternità generale, hanno annunciato il 13 maggio 2003 ai piccoli fratelli di Gesù’ e agli altri membri della ‘famiglia Charles de Foucauld’ la morte di fratel René Voillaume. Questo testo indicava con la sua concisione che la notizia non era inattesa e manifestava la profonda affezione per colui che fu e resta il ‘padre’ della Fraternità.

Lasciamo per primo la parola al nostro fratello René. Che molti fra di voi, e tra di noi, hanno chiamato “il padre” non perché fosse un “Reverendo (Padre)”, ma perché ha veramente segnato, in una maniera o in un’altra, la nostra vita di figli di Dio. Vi proponiamo, qui di seguito, una delle scelte possibili di suoi testi nei quali si è affidato alla nostra attenzione ed al nostro ricordo :

1 “Sulle orme di Gesù, seguendo fr. Charles” il filo conduttore e unificatore di una vita carica di anni e di frutti;

2 “Jalons” (punti guida) abbozzo autobiografico nel quale i testi senza data sono estratti del libro che ha scritto perché ha “creduto che era (suo) dovere testimoniare” a proposito di quella che “non teme di considerare essere un’avventura spirituale del nostro tempo”;

3 — “Messages” (orientamenti) qualcuno dei punti salienti della sua eredità spirituale.

1933 : i primi cinque fratelli...

1933 : i primi cinque fratelli…

1 — Sulle orme di Gesù, seguendo fr. Charles

OGesù, vorrei scrivere su di te. Come e perché affrontare questo compito impossibile. Chi mi autorizza a parlare di te ai fratelli e alle sorelle. So molto bene che nessuno può conoscerti senza la rivelazione del Padre. Ce lo hai tu stesso affermato: “Nessuno conosce il Padre all’infuori del Figlio e nessuno conosce il Figlio all’infuori del Padre e colui al quale Egli lo avrà rivelato”. Lo so, sei il mio Signore e il mio Dio. Tra poco avrò 90 anni, e non hai mai smesso, durante tutta la mia vita, quanto lontano possano rimontare i miei ricordi, di manifestarti alla mia anima. Ti conosco così poco, e le illuminazioni che ho ricevuto sull’insondabile mistero di tutto ciò che sei essendo il Figlio eternamente generato dal Padre, questa conoscenza, non mi è dato né esprimerla né comunicarla. Ti adoro, e ti amo. (testo inedito, 1995)

È sempre a Gesù che bisogna tornare: Egli è tutto per noi: vita , risurrezione, via verso il Padre, porta verso i pascoli, Buon Pastore, medico delle anime e dei corpi. Egli è Colui che ci rivela Dio sotto sembianze umane: chi ha visto Lui ha visto Dio. Nella Sua anima dobbiamo imparare a leggere ciò che dobbiamo fare per andare a Dio. Non serve a nulla il ragionare in questo campo. Ritornate senza stancarvi verso Gesù vivente, vostro amico, vostro fratello, vostro Signore, vostro Dio.

Non lasciatevi distrarre da altre considerazioni sulle diverse spiritualità. Guardandolo imparerete a diventare semplici come bambini, perché non ragionerete più.

Si tratta di andare a Lui per essere trasformati in Lui.

Vivere con Gesù e per lui deve diventare per te una vita a due così concreta e reale nella fede, quanto la vita che conduci in mezzo agli uomini. Eppure questa vita con Gesù è diversa da quella con gli uomini, si svolge infatti nell’oscurità e l’austerità della fede. Devi esercitarti a pensare, vivere e agire tenendo conto di queste realtà: Gesù risuscitato, nella pienezza della vita e della gioia, e puoi, subito, avere dei rapporti profondi e costanti con lui.

Gesù ti conosce in ogni momento, sia nella tua vita interiore che esteriore, e ti vuole a lui.

Gesù è sempre in ascolto e sente le tue parole quando gli parli. Ti è presente in varie maniere che devi conoscere bene.

Tramite i sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la penitenza, puoi entrare in contatto con l’umanità di Gesù e ricevervi una influenza divina che guarisca il male che è nella tua anima e nel tuo corpo, e che accresca in te la vita divina.

Gesù ha un progetto preciso per te, e aspetta che tu lo realizzi con i tuoi sforzi conformando la tua volontà alla sua. In ogni minuto, dipende Solo da te che si stabilisca una collaborazione con Gesù per una azione invisibile ma reale sugli uomini.

L’incontro con Gesù alla morte è una eventualità sicura e vicina: devi pensarci, desiderarla, rallegrartene in anticipo e. prepararti con il distacco a questo passaggio doloroso.

La visione di Dio, l’eterna gioia di essere con Gesù e di agire con lui sul mondo e nel cuore degli uomini, senza altro limite nel tempo e nello spazio che quello della sua volontà: ecco il fine della tua vita, ecco ciò che avverrà molto presto, e che deve essere da ora il motivo della tua gioia, della tua forza d’animo e della tua speranza.(Regola di vita dei Piccoli Fratelli di Gesù).

Sono 72 anni che l’ho incontrato, e da allora non mi ha più lasciato. Si, Charles de Foucauld è entrato nella mia vita durante l’inverno 1921 mentre leggevo la storia della sua vita scritta da René Bazin. Avevo 16 anni. Il suo amore per la persona di Gesù e l’estrema generosità del suo carattere avevano conquistato il mio cuore. Da quel giorno si può datare un unione tra noi due che ha orientato tutta la mia vita e non è mai venuta meno. Ed ora, al crepuscolo della mia esistenza terrestre sento di poter affermare che gli debbo tutto quello che vi è stato di meglio nella mia vita. Vorrei ringraziarlo e condivide re con i fratelli e le sorelle ciò che ho ricevuto da lui.

Comunque durante la mia vita religiosa, le relazioni con fr. Charles, questo uomo solitario e assoluto dalla vita rude e austera ma dal cuore tenero e gioioso, pieno di un amore sempre fresco per il suo “beneamato fratello e Signore Gesù”, queste relazioni non furono sempre facili!

Mi succedeva di stancarmi dello stile delle sue meditazioni, così immaginose, così poco conformi a quella che fu realmente la vita ed il volto di Gesù. Certe volte mi infastidiva con la molteplicità dei suoi propositi riguardanti, di frequente, osservanze minuziose. E poi, c’era la maniera di vivere dei piccoli fratelli descritta dal suo regola mento, che era impraticabile, irrealista, per non essere mai stato sottoposto alla verifica dell’esperienza. Ebbene si, so tutto questo. Ma tornavo sempre da lui, sedotto dalla semplicità del suo amore per Gesù, amore che cercava di esprimere in ogni cosa e ad ogni istante delle sue giornate. Egli era come soggiogato da questo amore fino a perdere, a volte, un po’ di buon senso. Ed era proprio questo che mi riportava immancabilmente da lui. Ridurre tutto all’Amore e ad un amore che non teme di essere pazzo o ridicolo. Questa follia, queste imprudenze senza limiti, ecco cosa mi faceva del bene, cosa mi rinfrescava il cuore e frustava il mio temperamento ragionevole, la mia viltà, la mia paura di donare tutto senza contare. Trovavo in lui coraggio, purezza senza ombre, e un cammino di ascesi, quell’ascesi senza la quale ci trasciniamo, prigionieri delle nostre pesantezze, delle nostre mediocrità e dei nostri pigri egoismi. Non ho mai tentato di adattarlo a quello che vivevo io, al mio ambiente, alla mia epoca. Lo ho preso come era, come aveva pensa to, sperimentato e vissuto.

2 – “Jalons” — (punti guida)

Notici1II venerdì 22 settembre 1933, verso le cinque di sera, fratel Marcel, fratel André e io arrivavamo al bordj di El Abiodh provenienti da Géryville. Appollaiato sul carico della camionetta, don Le Cordier, che veniva dal Marocco, aveva tenuto ad accompagnarci per qualche giorno.

Lo avevo conosciuto al seminario di Issy les Moulineaux, era stato ordinato due anni prima di me. Sarebbe divenuto più tardi il primo vescovo della diocesi di Saint Denis, a nord di Parigi. Fummo accolti da un forte vento di sabbia che ci accompagnò lungo tutta la pista. La prima notte nella nostra fraternità fu per noi un avvenimento. Era come un sogno che diventava realtà! Dopo tanti anni di attesa e di preparazione, eravamo finalmente nel deserto e in terra d’islam per fondarvi la fraternità tanto sospirata da fr. Charles. II 6 ottobre, festa di san Bruno, il grande solitario fondatore della Certosa, fu considerato il primo giorno della fondazione. Celebrammo la prima messa. Nel pomeriggio prendemmo il tè da un nostro vicino, Si Bù Amama dalla barba colorata con l’henné, diventerà uno dei nostri amici più stretti e più fedeli.

René a El Habiodh

René a El Habiodh

Arrivavamo a El Abiodh per condurre una vita religiosa di silenzio, di solitudine e di preghiera. Concepivamo tuttavia questa vita comune e claustrale come inserita nel mondo dell’islam. La volevamo tale per un adattamento il più approfondito possibile alla mentalità religiosa musulmana e ai costumi della popolazione. Al seguito di padre de Foucauld, non era nel deserto che noi andavamo innanzitutto, ma all’incontro con una popolazione che avremmo accolto nella nostra vita, tramite la nostra testimonianza e nella nostra intercessione. Avevamo un vivo desiderio di farci adottare dalle tribù degli Ouled Sidi Cheikh.

Ho incontrato per la prima volta piccola sorella Magdeleine a El Golea, il 19 marzo 1938, presso la tomba di Ch.de Foucauld. Si trattò, allora, solo di una prima presa di contatto nel corso della quale la ascoltai espormi i suoi progetti di avere delle piccola sorellae trai nomadi. La invitai poi a venire a El Abiod per fare qualche giorno di ritiro. Tre mesi dopo arrivò a El Abiodh. Malgrado fossi giovane avevo, allora, 33 anni mi domandò di essere il suo padre spirituale. La sua fiducia e il suo comunicare i progetti che aveva e quello che viveva interiormente non si interruppero mai durante i cinquanta anni che durò la nostra profonda collaborazione.

8 settembre 1933: René Voillaume con 4 altri 4 fratelli iniziano la loro avventura…: cerimonia di inizio noviziato nella basilica di Montmartre. Era la prima volta che si filmava in una chiesa una cerimonia religiosa. 

Quante cose mi ha detto, che non ho considerato importanti sul momento e che ora rimpiango di non aver annotato! Le mie reazioni di prudenza ragionevole e una certa rudezza dovuta alla mia timidezza debbono averla sovente fatta soffrire o l’hanno scoraggiata.

Proprio cinquanta anni fa, il periodo che va dal febbraio al maggio del 1947, ha visto lo svolgimento di alcuni avvenimenti che avrebbero marcato profondamente l’orientamento e lo sviluppo della Fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù, e per loro tramite l’insieme degli altri gruppi e istituti che trovarono la loro radice e la loro spiritualità appunto a seguito di questi fatti. Da molti punti di vista quell’anno 1947 fu di una importanza fondamentale per l’avvenire delle fraternità. Le piccole sorelle di Gesù continuavano le loro esperienze di lavoro in fabbrica mentre i fratelli stabilirono la loro prima fraternità operaia a Aix en Provence; la spiritualità della fraternità si precisava e si esprimeva in diversi documenti. La vocazione e la missione delle fraternità operaie erano definite in un insieme di “conferenze” fatte ai novizi o di lettere indirizzate ai fratelli e che saranno pubblicate tre anni dopo con il titolo Au Coeur de Masses.

Questo insieme di documenti era stato sottoposto all’esame dei vescovi responsabili delle fraternità che li avevano approvati, come anche piccola sorella Magdeleine. La fondazione di Aix era stata fatta in profonda unione con lei. Comunque l’esperienza di tali fondazioni era tutta da fare ed il nostro entusiasmo non era allora totalmente privo di illusioni.

Dopo oltre dodici anni di vita claustrale nel deserto, ci trovavamo improvvisamente incorporati nel grande movimento missionario da poco nato nella Chiesa di Francia.

Mai il mondo ha avuto tanto bisogno di segni esteriori della Chiesa. I valori più soprannaturali, i più divini, la Chiesa deve esprimerli esteriormente. Il realismo dello spirito contemporaneo, il tedio che provoca la diffusione, tramite la stampa e la radio, di discorsi e ideologie fanno si che sempre di più l’uomo non sarà convinto che dai fatti concreti, viventi. Ma quali segni il mondo aspetta soprattutto dalla Chiesa?

È necessario che, visibilmente la Chiesa esprima tramite i religiosi, i battezzati, i militanti, i preti quel distacco e quella povertà segno che si preoccupa prima di tutto dei veri valori divini. Questa povertà deve essere l’attesa di un’altra cosa; non è solo interiore, deve apparire all’esterno e tradursi in un linguaggio accessibile agli uomini del nostro tempo, questo è un caso in cui cose materiali, di per sé indifferenti, acquisiscono una certa importanza. Immenso interrogativo posto alla Chiesa: non è triste constatare a volte quanto siano pochi coloro che lo risentono con angoscia?

Il secondo segno della Chiesa, ed è più grande del primo, è il segno del vero amore dell’uomo e del rispetto che gli si deve. Anche a questo proposito la Chiesa deve subire delle trasformazioni nelle maniere adottate fino ad ora, per manifestare questo segno. Certo, le opere di assistenza, di carità misericordiosa, di quella carità che è molto tenera con tutti quelli che soffrono, queste opere rimangono; ma non sono più sufficienti. Quello di cui ora il mondo ha sete, ovunque l’amore dell’uomo debba esprimersi, quello che il mondo aspetta dalla Chiesa, è un atteggiamento che possa realmente preparare, in maniera efficace, la pace tra gli uomini, è una condanna degli inverosimili mezzi di distruzione, attualmente forgiati, è di contribuire a sviluppare la giustizia sociale, è che ci sia nella cristianità una più grande attenzione, più diffusa nei confronti della condizione dei poveri ovunque essi siano.

Vi è infine un ultimo segno che ci si aspetta dalla Chiesa: è quello della trascendenza di Dio, il segno della preghiera, del sacro, il segno di Colui nel quale essa crede. Di fronte allo spirito materialista contemporaneo, abituato a un nuovo stile, marcato dall’uso delle tecniche, la Chiesa sembra un poco inadatta in alcuni suoi modi di espressione. Qui non si tratta solamente della liturgia, ma della vita di preghiera della Chiesa, nelle anime tanto quanto nei segni esteriori (paramenti liturgici, architettura delle chiese, ecc.). I valori tra scendenti della vita divina della Chiesa, che si esprimono più profondamente nella sua vita contemplativa, debbono coesistere con una totale presenza agli uomini del nostro tempo e una vera comprensione dei loro bisogni. Ciò non è contraddittorio, perché la contrapposizione tra la trascendenza e la presenza della Chiesa a questo mondo si risolve in valori interiori. La soluzione si trova nelle parole del Cristo: “Voi non siete del mondo, ma vi .lascio nel mondo…Voi siete nel mondo senza essere del mondo…”

Terminata la fondazione della Fraternità di El Abiodh, ero convinto che avrei passato tutta la vita in questo angolo di deserto tra gli Ouled Sidi Cheikh ai quali ero profonda mente legato e dove pensavo di morire un giorno.

La Provvidenza, come sapete, ha disposto altrimenti. Ma quello che, forse, non conoscete sono le condizioni nelle quali si è effettuata l’estensione delle fraternità fuori di El Abiodh poi dell’Africa del Nord, e in seguito la mia partecipazione alle differenti fondazioni degli altri gruppi o istituti secolari, fondazioni che si sono succedute, in particolare durante questi ultimi venti anni. Come ho già avuto occasione di dirvi non credo di aver mai preso l’iniziativa; sono stato ogni volta come sollecitato dalla Provvidenza e consigliato dalla gerarchia della Chiesa, in maniera tale che non potevo dubitare di dove fosse il mio dovere. A causa del mio temperamento — e, più profondamente, spero a causa della mia vocazione — desideravo vivere nella solitudine del deserto, solo con il Signore. Ebbene, è proprio questo desiderio di essere fedele alla mia vocazione che mi ha condotto, già da qualche tempo a farmi una domanda e a prendere oggi una decisione maturata da vari mesi. Credo sia arrivato il momento di dimettermi dall’incarico di priore per essere più completamente fedele alle mie responsabilità di fondatore e per il miglior bene della Fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù, supplicandovi di comprendere bene i motivi di questo passo e di astenervi dal domandarmi di ripensarci. Se spettava a me prendere l’iniziativa di questa decisione, spetta a tutti voi ratificarla in un clima di affezione fraterna e di reciproca fiducia. Vi ho parlato all’inizio di questa lettera della fedeltà che ognuno deve avere alla sua vocazione. Per me, questa fedeltà consiste nell’accettare, con tutte le sue conseguenze, il compito di fondare le Fraternità dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle del Vangelo. Non potendo sottrarmi a questo compito, debbo, dunque, prendere i mezzi per consacrarmici come si deve.

Nel momento in cui i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù riflettono sui trenta o vent’anni di esperienza della loro vita religiosa e prendono più chiara coscienza di ciò che è la loro propria forma di vita contemplativa al seguito di Gesù a Nazareth, nel momento in cui le Fraternità del Vangelo scoprono a loro volta la loro vita apostolica al seguito dell’operaio evangelico’, è indispensabile non dimenticare che queste forme di vita per fratel Carlo erano in primo luogo semplice mente la conseguenza esterna di un amore immenso, appassionato, senza compromessi per la persona di Gesù….Oserò dire che non dobbiamo cercare nella vita di fratel Charles nient’altro che questa lezione e questa sorgente di amore per Gesù? Per il resto, per quanto riguarda questo o quel modo di realizzare la vita di Nazareth o di seguire Gesù nella sua vita di operaio evangelico, non credo che fr. Charles abbia una missione ben definita. Tutto non è forse rimasto nella sua vita solitaria allo stadio di intuizione incompiuta, di desideri successivi e di realizzazioni incerte? Questo non mette forse in rilievo il vigore instancabile e la purezza del suo amore per Gesù che avanza e cresce senza mai potersi riposare in una determinata realizzazione? Voler cercare nella vita di fr. Charles qualcos’altro dall’amore di Gesù e dalla fedeltà ad alcune grandi intuizioni è, forse esporsi a delle discussioni inutili e distrarsi dall’essenziale del suo messaggio. Che il Signore ci illumini!

Nelle vostre lettere (ricevute in occasione dell’80° compleanno n.d.r.) avete voluto esprimermi dei sentimenti di gratitudine e di ringraziamento per quello che è stata la mia vita al servizio delle Fraternità. Quanto a me non posso che ringraziare il Signore di avermi chiamato, come molti fra di voi a costruire nella Chiesa questo edificio spirituale che costituisce l’insieme delle diverse Fraternità, edificio che è basato su fratel Charles di Gesù sulla sua vita e la sua morte. Non sono niente in tutto questo e non posso far altro che provare una specie di meraviglia per il ruolo che la Provvidenza a voluto svolgessi, senza che potessi prevederlo. E in tutto questo io non conto niente. Ho ricevuto dall’opera di Dio molto di più di quanto gli abbia portato. Ho molti difetti e anche molte colpe e errori di cui rimproverarmi: lo riconosco. Però non credo di aver avuto seriamente la tentazione di attribuirmi quello che ho potuto fare di utile nell’edificazione delle diverse fondazioni. Al contrario, spesso ho la coscienza acuta di ciò che non ho saputo fare bene. È una evidenza che si impone alla mia anima con una pacifica chiarezza. Pacifica, si, perché avendo fatto tutto quello che potevo, il Signore doveva aspettarselo avendo scelto me come strumento.

È molto difficile esprimere i sentimenti che si provano in occasione di una tale partenza, quella dell’ultimo superstite della prima comunità di El Abiodh nel 1933…Non provo mai meraviglia per la morte di un fratello, perché è proprio in vista di quella Ora che siamo entrati in Fraternità. Alla mia età questa verità diviene ogni anno più evidente. È alla luce di questa ora, nevvero, che dobbiamo valutare gli avvenimenti di questo mondo temporale ed imparare a rispettare in ogni essere umano quel germe di eternità che dobbiamo venerare come un irraggiamento della Gloria del Verbo Incarnato e di contribuire a rendere presente alla coscienza di quelli che il Signore ci confida, in una maniera o l’altra, affinché sia per questi uomini sorgente di forza, di amore della vita e di comunione fraterna nell’Unico Vivente. Possiamo avere tendenza, di fronte al peso delle cose della vita presente e delle sue prove, di dimenticare che Gesù è venuto per questo: “Dio, in effetti, ha tanto amato il mondo che ha donato suo Figlio, il suo Unico, perché ogni uomo che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna.”

3 — “Messages” (orientamenti)

René...

René…

È diventato un luogo comune affermare che nel nostro mondo attuale la fede è più difficile per gli uomini di quanto non lo sia mai stata. Alcuni arrivano a tirare la conclusione che non può più significare per noi quello che ha significato per quei cristiani che, nel corso della storia della Chiesa, sono stati i testimoni irrecusabili del dinamismo della fede — “forza divina” come dice San Paolo a proposito del Vangelo — e della trasfigurazione che una fede vivente può operare in una esistenza umana. Una tale trasformazione dell’uomo non è possibile senza che la fede lo raggiunga al cuore stesso del suo essere e che tutte le sue capacita di conoscere, di amare e di agire non ne siano rigenerate. Quale potrebbe essere il valore di una fede della quale dubitassimo che per sua natura possa introdurci in un supplemento di essere e di vita perché si tratta di una reale percezione del Dio Vivente e Vero e delle creazioni del quale Egli è l’autore. Se la fede non fosse che un certo linguaggio “da interpretare”, come si dice adesso, non saprebbe trasfigurare la vita degli uomini. La realtà del mondo affermata dalla sola fede non può fare l’oggetto di una dimostrazione razionale o di una sperimentazione scientifica. Ma nei nostri tempi, il suo semplice approccio umano si scontra con una difficoltà nuova che prende a volte i contorni di un ostacolo quasi insormontabile; difficoltà dovute a una certa mentalità che rifiuta ogni consistenza agli esseri puramente spirituali e alle realtà sulle quali i nostri sensi non hanno una presa immediata. Resta la forza, la grandezza e la bellezza irrecusabile dell’esistenza di testimoni che hanno pienamente vissuto la loro vita di uomini “come se vedessero l’invisibile”. Charles de Foucauld è, tra quelli che ci sono più vicini nel tempo, uno dei più grandi.

Vi sono giorni in cui percepiamo con acutezza sconcertante di condurre una doppia vita: quella che ci è imposta da tutto il nostro essere di carne, “la vita”, senza più. La sola che abbia un senso per la massa degli uomini. Questa vita quotidiana è fatta di tutte le sensazioni, i rapporti sociali, ‘i sentimenti, i godimenti di ogni specie, che costituiscono la trama psicologica della nostra esistenza personale e colorano ogni nostra giornata con molte gioie o pene. E poi c’è l’altra, quella che ci imponiamo in nome della nostra fede nelle realtà invisibili, ed in nome della nostra coscienza morale.

Questa seconda vita, in certi momenti, ci pare quasi irreale, arbitraria, poiché in definitiva è sospesa ad una libera decisione della nostra volontà, così spesso ricoperta e soffocata dalla invadente foresta vergine delle impressioni e dei senti menti spontanei!…Le rare ore di verità e di unità sembra siano quelle in cui la pace e la calma purificata dei sensi si armonizzano, in certo modo, con le esigenze vitali dello spirito e della fede….Questo sentimento abituale di condurre una doppia vita non deve meravigliarci. Non è in nostro potere far sparire tale sentimento che pure ci mette a disagio e talvolta lascia in noi l’inquieta impressione di non aver saputo scegliere….La vera scelta è in ogni istante interiore e spirituale. Per il nostro equilibrio non solo religioso ma psicologico è essenziale mantenere in noi un giudizio di valore su questa duplice corrente di vita. Abbiamo scelto di vivere secondo lo spirito e la fede, ma tale scelta non è mai definitiva; essa dev’essere rinnovata, mantenuta mediante una certezza acquisita della superiorità della vita secondo Dio.

Sapete cosa aggiunge il Vangelo: “Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo” (Mt.17,8). E che cosa vuol dire “Gesù solo”? Vuol dire Gesù così come era prima della Trasfigurazione, suscettibile di essere rinnegato dal popolo, condannato a morte e crocifisso; vuol dire Gesù così come era stato durante 30 anni in mezzo agli uomini, senza che nessuno potesse riconoscerlo come il Figlio unico venuto da vicino al Padre. Sul Tabor una nube luminosa aveva preso gli apostoli sotto la sua ombra, mentre una voce che usciva dalla nube diceva: “Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo.” (Mt.17,5). Ma scendendo dalla montagna gli disse: “Non parlate a nessuno di questa visione finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti.” (Mt. 17.9). Quello che ci meraviglia è che gli apostoli quando il momento della passione sarà arrivato non abbiano neppure fatto l’accostamento! C’è veramente qualcosa in noi poveri uomini che si rifiuta di accettare “i punti di vista di Dio” che non vanno nel senso che vorremmo (Mt.16,23), anche quando ci vogliamo offerti integralmente alla volontà divina. L’intelligenza umana si ribella ad entrare nel mistero della croce. E non si deve credere che questo sia più facile per noi che per gli apostoli perché conosciamo venti secoli di storia della Chiesa, con tutta la ricchezza della sua riflessione sul mistero della Redenzione, l’esperienza e l’esempio dei santi che hanno capito quello che era la croce. Bisogna dirci che non riusciamo mai a comprendere come si deve quello che Dio aspetta realmente da noi nella nostra vita, perché cerchiamo continuamente di fuggire dalla realtà della Redenzione, cioè dalla maniera con la quale Dio vuole che sia realizzato il suo piano di salvezza, dalla maniera con la quale Dio vuole essere presente e all’opera nel cuore di ogni uomo, nei nostri cuori.

Una delle lezioni della Trasfigurazione, è quella di imparare a vivere con “Gesù solo”, cioè nello svolgersi ordinario della nostra vita nella quale i momenti di trasfigurazione sono rari. Dobbiamo imparare a vivere le grandi realtà soprannaturali — la risurrezione di Gesù, la speranza che essa ci dà, l’attesa del possesso totale di Dio — dobbiamo imparare a vivere queste grandi realtà soprannaturali subito e nella mediocrità apparente delle nostre giornate. Non aspettate altro dalla vostra vita. È perché non andiamo verso il Signore così come lui ci si offre che ci stanchiamo e ci scoraggiamo. Fate attenzione: il Signore aspetta che anche le nostre debolezze siano per noi altrettante occasioni di semplificazione interiore, di umiltà, occasioni per pentirsi, questa cosa che solo il peccatore può dare a Dio, ma che è di sicuro, quello che il Signore aspetta da noi.

Quelli tra di noi che sono stati scelti per l’apostolato, non saranno mai sufficientemente umili di fronte alla verità che non possiedono e che li ha scelti, e di fronte agli uomini, loro fratelli, che avanzano brancolando verso il Dio che li attira malgrado loro stessi, e senza svelarsi, e nella debolezza dei mezzi che impiegano. La cosa peggiore è che questa sicurezza, a volte anche colorata da disprezzo o pietà si incarna nello spirito di istituzioni dell’apostolato, e queste istituzioni a loro volta rischiano di lasciare la loro impronta sugli apostoli…. Non si sarà mai finito di comprendere fino a che punto il credente ha bisogno di essere lavorato, arato, purificato dalle beatitudini, quella della povertà e dell’umiltà, quella della mitezza che scusa tutto, comprende tutto, quella della sofferenza e della sconfitta che fa sciogliere il cuore e gli proibisce di giudicare chicchessia, per essere degno e capace di essere apostolo. Ahimè, più i mezzi istituzionali sono utilizzati dall’apostolo, più sono naturalmente efficaci e più grande è il rischio di vedere il cuore dell’apostolo insensibile alla chiamata supplichevole di Cristo. L’apostolo rischia di essere sterilizzato dai mezzi che mette in opera. Cessa allora di essere quella possibilità che Dio si è riservato: servirsi di un cuore d’uomo, di un cuore straziato dalla croce, spezzato dall’amore, di un cuore sciolto da un umile tenerezza verso i suoi fratelli, per farsi conoscere dagli uomini tramite lui. Tali cuori sono, può essere, la sola schiarita nel velo di silenzio e di oscurità con il quale Dio ha voluto misteriosamente circondarsi, fino a quando gli uomini saranno sulla terra in marcia verso il loro avvenire.

Quando vuoi pregare, domandati che cosa stai per fare e perché. Devi pregare prima di tutto perché avendoti Dio fatto per lui, è a lui che devi ritornare, e la preghiera e come un peso che provoca e accelera il movimento di ritorno verso il tuo Signore e Sovrano Bene. Devi pregare perché il Signore Gesù ti attira con il suo amore che gli ricambi: l’amicizia richiede un dialogo intimo, nel quale tu possa esprimere il tuo amore e conoscere Dio per esperienza e per amore. Si tratta di raggiungere una conoscenza molto semplice, generalmente oscura, al di là di ogni parola, dove le cose divine sono gustate sia nella loro dolcezza che nella loro amarezza. È per questo che la tua preghiera si ridurrà a volte a non essere altro che un’invocazione profonda, come un’umile attesa, silenziosa ma piena di desiderio, della scienza di Dio, che solo lo Spirito può comunicarti. Devi pregare perché sei infinitamente miserabile e piccolo, e perché per essere totalmente vero, devi esprimere questa dipendenza del tuo essere, supplicando il Signore di riempire il tuo vuoto con la sua pienezza. Infine, devi pregare perché il Salvatore ti ha chiamato a lavorare con lui alla salvezza degli uomini, non sola mente con la condivisione della sua croce, ma con una costante preghiera, e prendendo la tua porzione della sua preghiera nel giardino degli Olivi. Hai cura d’anime: non ne sarai mai sufficientemente convinto. Ricordati che pregando con tutta la tua anima e a prezzo di te stesso, fai quanto più tu possa per salvare e santificare quegli uomini dei quali Gesù ha voluto collegare il destino spirituale alla tua miserevole cooperazione.

Dobbiamo conoscere le opposizioni che la nostra vocazione contemplativa incontrerà nel mondo e le complicità che queste opposizioni troveranno in noi stessi, a volte arrivando fino a scuotere le nostre convinzioni, a smussare il nostro desiderio di preghiera, a farci dubitare del valore di una vita d’intimità con il Signore. Ci sono giorni in cui saremo tentati di dare ragione a quelli che pretendono che sia vano voler incontrare Gesù altrove che negli uomini. Se Dio non fosse il supremo Reale, se non fosse personale al punto che possa stabilirsi tra Lui e una sua creatura fatta a sua immagine una relazione di conoscenza e di amore, allora sarebbe vero che non vi può essere contemplazione. Come potremmo contemplare qualcuno che non esiste o che non può attirarci a Lui, né parlare al nostro cuore, né svelare qualcosa del suo volto nel più profondo di noi stessi, lì dove solo Lui può arrivare? Di certo possiamo farlo solo nell’oscuro presentimento di una presenza, ma questo presentimento basta per ravvivare il nostro amore e il desiderio, la speranza di un incontro definitivo e totale. Se così non fosse, la contemplazione sarebbe solo un universo concettuale o immaginario che ci saremmo forgiati; la ricerca della contemplazione, come ogni preghiera sarebbe sprovvista di senso e fondamento. Se l’uomo non ha un fine personale in Dio, al di là della morte, la preghiera non ha senso, non sarebbe altro che un grido nel vuoto, una chiamata senza risposta, una sete di amore disperato che non incontrerebbe altro che l’eco deludente di quello che gli uomini possono offrirci. L’esperienza contemplativa certifica a noi stessi che Dio è vivente, che Dio è Spirito, che Dio ci attira a Lui, che siamo amati personal mente da Lui e che si opera una salvezza personale tra Lui e noi e tramite Lui.

È importante, per ognuno di noi, situare esattamente nella nostra vita il posto che questi lunghi momenti passati a tu per tu con l’Eucarestia devono avere. Essi sono essenziali, lo sentiamo, non solo per il fervore della nostra vita di fede, ma anche per la realizzazione della nostra vocazione nella Chiesa…. La vita cristiana è per ognuno la storia di un mirabile scambio di vita e di amore reciproco, con il quale il Cristo ci salva ci trasforma e ci attira a sé come Dio….Questi scambi di amicizia divina, che costituiscono l’essenziale della nostra vita presente possono stabilirsi con il Signore nei suoi diversi stati. Mi sembra infatti che la nostra vita con Lui non sarebbe completa se non ricercasse Gesù contemporaneamente come fu negli anni della sua vita sulla terra, come è attualmente nella sua Chiesa e nella sua Eucarestia, e infine come lo raggiungeremo un giorno nella gloria.

L’Eucaristia è il Cristo stesso, sacrificato, offerto per la redenzione e consegnato per noi e per tutti gli uomini. Le apparenze sacramentali ci danno realmente il Cristo, non in una condizione qualsiasi, sono infinitamente e sempre vere nel senso che ricoprono realmente tutta la realtà della quale sono segno: il Cristo presente, senza dubbio, ma soprattutto e in primo luogo il Cristo offerto. Vivere una vita eucaristica, non è solo credere a questo mistero e adorarlo, con le effusioni di una devozione interiore o di un culto pubblico; è l’essere configurati al Cristo a forza di amore, e attirati da una grazia particolare così come ci è presentato nel Sacramento, in questo duplice stato di oblazione a suo Padre, e di offerta agli uomini come alimento. Non si tratta solo per i Piccoli Fratelli di assicurare un culto esteriore di adorazione del Santo Sacramento, ma molto più profondamente di vivere una vita eucaristica intensa. Le loro vite come fossero consegnate al Sacramento, debbono riprodurne le caratteristiche. Offerta totale del loro essere e della loro vita al Cristo, in unione al divino Sacrificio e per la salvezza delle anime. Questo ministero contemplativo è l’essenziale della loro vita, la loro attività più feconda, e anche la più nascosta….Come l’Eucaristia, che è anche alimento, i Piccoli Fratelli debbono essere offerti ai loro fratelli, a tutti gli uomini in una totale carità, essendo divenuti a causa della loro contemplazione eucaristica qualcosa di “utilmente divorabile”.

Il vero cristiano. colui che crede a tutto il mistero del Cristo, deve guardare la sua vita terrena ben in faccia, per scoprirne il carattere precario, passeggero, per viverla da pellegrino che non si installa e aspira al termine del suo pellegrinaggio; ma deve anche scoprire in sé l’aspetto eterno della vita, l’aspetto già iniziato che la morte non interromperà e che è la carità divina. Quando amiamo il nostro fratello, siamo già su un piano di eternità se il nostro amore per lui è un riflesso di quello di Dio, è se l’amiamo come un essere destinato, come noi, all’eternità….Il modo miserabile doloroso e mortale della vita umana sulla terra è qualcosa di relativo, ma l’uomo in se stesso è già un assoluto, ed è più grande della condizione che gli è riservata; attraverso l’amore che dobbiamo avere per il più piccolo dei nostri fratelli umani, dobbiamo già vivere nell’assoluto del Regno eterno, iniziato così sulla terra e che non avrà fine. Si, quando si tratta di amare non possiamo vivere nell’attesa, perché la sola realtà che non cambierà, la sola realtà che è già eterna, è quella dell’amore datoci dal Cristo Gesù.

II nostro amore non deve essere umile e rispettoso degli uomini? Forse abbiamo donato il nostro tempo, la nostra vita, ma senza pensare abbastanza a donarci noi stessi in una autentica e umile amicizia? L’amore di amicizia fa tacere ogni facile critica, ispira un pregiudizio di simpatia, evita in primo luogo l’ironia sull’argo mento “razza”. Non siamo stati spesso vittime, inconsciamente di un pregiudizio di razza o di classe?. Mi sembra che a volte ci sia una vera illusione che snatura lo sguardo che portiamo sugli uomini e ci impedisce di percepire le esigenze della vera carità. Allora ci sono della mancanze gravi alla carità e anche alla giustizia, e ci sono degli atteggiamenti che scoraggiano. Mettetevi al posto di un povero che è colmato di benefici, ma che sente in colui che glieli offre la coscienza della sua superiorità: non credete che in questo povero ci sarà una ferita che nulla potrà guarire? Credo che questa sia un questione estremamente grave, perché, se ci si può correggere di un difetto del quale si ha coscienza, al contrario non c’è nessun rimedio, per raddrizzare una deviazione della quale non si ha coscienza. Perché, appunto questo male è incosciente. L’orgoglio di razza è incosciente, e così l’orgoglio di cultura, il pregiudizio di classe è incosciente perché vi si respira la propria natura. Siamo noi stessi la nostra famiglia. Siamo la nostra nazione e la nostra razza, e non possiamo giudicarci in verità come dal di fuori: ed è per questo, forse, che Dio sarà misericordioso per questo tipo di colpe, nella misura nella quale non siamo coscienti del nostro orgoglio ‘ e conserviamo una buona volontà. (Per terminare) vorrei ricordare quella frase che è stata prestata a San Vincenzo di Paoli nel film che voi conoscete, al momento nel quale dà le ultime istruzioni a una piccola sorellaa che doveva andare per la prima volta dai poveri: “Non dimenticare che dovrai farti perdonare il pane che stai regalando”. Abbiamo di sicuro di che donare, ma anche in noi dovrebbe esserci una umiltà vera e profonda. Per possedere questa umiltà, è indispensabile essere arrivati a un grado di povertà interiore che ci permette di essere coscientemente distaccati dai nostri propri valori di cultura e di ogni superiorità umana: e ciò è difficile, molto difficile. Comunque non possiamo amare come il Cristo senza arrivare a questo grado di umiltà e di povertà interiore. Lui, più di qualsiasi altro, avrebbe, forse, avuto il diritto di giudicarsi superiore, anche umanamente nella sua perfezione umana. Malgrado ciò non troverete in lui un solo gesto di condiscendenza. II giorno nel quale noi oseremo intrattenerci con un criminale, qualcuno sul quale si ironizza, il giorno nel quale saremo capaci di rispettarlo come qualsiasi altro uomo e di considerarlo un nostro possibile amico, quel giorno avremo compreso qualcosa del precetto del Signore.

Perché avviene che io mi senta più portato a pregare qui dove nessun segno mi ricorda il Cristo, piuttosto che in un altro luogo della cristianità, e persino, debbo confessarlo, in certi centri di pellegrinaggio o di raduno cristiano? Mi sforzo di capire ciò che si verifica nella mia anima, e mi pare di intravedere la ragione di ciò che provo così fortemente ogni volta che mi ritrovo a Benares. Qui il mistero della vita, quello della sofferenza e della morte del l’uomo è percepito in tutta la sua nudità….Ci si trova là immersi nell’intimo del mistero della vita umana e delle sue miserie, e niente viene a velare i gesti della sua speranza. Tutto il mistero dell’uomo si mostra qui in pieno giorno. È allora che io mi sento vicinissimo al mio destino personale e, come posto di fronte alla mia propria vita, percepisco con occhi muovi il mistero del Cristo Salvatore….Condizione assoluta per la piena realizzazione della nostra vocazione di Piccolo. Fratello è il restare vicini al mistero della vita umana nella sua grandezza e debolezza, in mezzo alle nostre città disumanizzate dove la tecnica cancella a poco a poco ogni segno della presenza e dell’a zione del Creatore della Vita. È, nello stesso tempo, farci ricordare che, al di là della realizza zione di una forma di vita i. cui elementi costitutivi sono la povertà, il lavoro salariato, i rap porti sociali e l’assiduità nella preghiera, l’essenziale per ognuno resterà sempre il lavo rare senza stancarci e fino alla morte a cambiarci il cuore in modo che le sue reazioni finiscano per divenire, il più abitualmente possibile, conformi all’insegnamento delle beatitudini.

Ecco la gioia di Pasqua. La gioia di Dio ci è data nel Cristo, ma, per il momento, noi possiamo solo gioirne imperfettamente e saltuariamente. Ma siamo certi che questa gioia c’è ed è a misura dell’umanità, poiché è stata trasformata e posta a portata dell’uomo nel cuore del Cristo risuscitato, senza per questo cessare di essere pienamente divina. Questa gioia attende noi, l’umanità intera, ognuno dei nostri fratelli. Tutti sono in cammino verso questa gioia, assai spesso come altrettanti ciechi; e più spesso ancora, non avendo la pazienza di sperare, si attaccano per via a piaceri incapaci di trattenerli per sempre, pur logorando il loro desiderio di felicita. La nostra storia intima non è forse anche quella della nostra lotta quotidiana;….nelle ore di noia e di stanchezza, quando ci sembra più semplice contentarci di facili gioie non incluse nell’ambito doloroso della Croce, ci sia possibile ricordare che ogni sofferenza e ogni attesa di quaggiù sono un accostarsi certo della felicità che ci verrà nell’ora ineluttabile in cui, senza testimoni né intermediari, il nostro spirito si unirà con quello del nostro diletto Salvatore….La nostra felicità sarà aumentata da quella dei nostri fratelli. La moltitudine non sarà più un mostro anonimo che schiaccia, ma una fraternità di amici. E la mirabile varietà che fa di ognuna di queste miriadi di esseri umani una persona unica, illuminerà la nostra gioia e dilaterà la nostra apertura fraterna, poiché potremo amare ormai senza che il numero degli amici ostacoli un amore impaziente di comunicarsi interamente a ognuno. La nostra felicità sarà fatta della piena apertura del nostro cuore agli altri e della totale limpidezza dei nostri sguardi. Avremo l’immensa gioia di essere perfettamente conosciuti, conosciuti dagli altri, poiché non avremo più né male, né sotterfugi, né brutture da nascondere; e questa piena trasparenza abolirà ogni egoismo, ogni tensione, ogni gelosia, ogni sofferenza d’essere dimenticati o incompresi. Ognuno sarà il centro dell’ammirazione, della lode e della tenerezza fraterna di quest’immensa moltitudine di cuori e di spiriti trasfigurati.

Fratel René Voillaume e piccola sorella Magdeleine, cinquanta anni di intima collaborazione”.

piccola sorella Magdeleine e René Voillaume

piccola sorella Magdeleine e René Voillaume

È il titolo che piccola sorella Annie, delle piccole sorelle di Gesù, ha dato a questo testo. È un titolo adatto al contenuto di quanto lei ha scritto, ma che non ci rivela il profondo e reciproco affetto, durato questo così lungo periodo, che ha legato il Padre e le piccole sorelle. Sentimento, d’altronde, manifestatosi con evidenza a tutti quelli che hanno potuto vedere l’attenzione fraterna e la delicatezza femminile con la quale lo hanno assistito in questi ultimi anni. Di questo non sapremo mai ringraziarle abbastanza, gliene rimarremo sempre grati.

È a El Golea, in pieno Sahara, che si sono incontrati per la prima volta, presso la tomba di Charles de Foucauld, il 19 marzo 1938. Di primo acchito piccola sorella Magdeleine si è sentita piena di fiducia malgrado che l’accoglienza del Padre

(nella Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù lo chiamavamo così) fosse stata piena di riserbo. Erano così differenti!

Qualche anno più tardi piccola sorella Magdeleine gli scrive a questo proposito: “Abbiamo due temperamenti completamente differenti, due metodi (…) Credo che non è colpa sua né mia, è il Signore che vuole così. Non bisogna volersi assomigliare, sarebbe una catastrofe per l’uno e per l’altra…Il Signore ci ha aggiogati per qualcosa di così grande.”

Quello che li ha uniti profondamente al di là di queste differenze è una profonda comunione spirituale. Nel novembre 1944, alla fine di una settimana passata insieme a El Abiodh, piccola sorella Magdeleine scrive al Padre: “Mai avevo ricevuto simili grazie dall’inizio della fondazione. Credo che sia l’anima di fr. Charles che si è rivelata durante questo incontro.” — Un mese più tardi è il Padre che scrive a piccola sorella Magdeleine: “Mi sembra che, sempre di più, dobbiamo essere profondamente uniti e che le nostre due fondazioni debbono appoggiarsi l’una sull’altra, vivere lo stesso spirito.”

Piccola sorella Magdeleine, che sente il bisogno di dare alle piccole sorelle una spiritualità attinta alla sorgente della vita e del messaggio di fr. Charles, è convinta che il Padre abbia il carisma di tradurla in un linguaggio attuale e evangelico. E così a partire dal 1946 gli affida la formazione spirituale delle piccole sorelle durante delle `sessioni’ che si svolgeranno prima a El Abiodh e poi a Roma.

Nel 1953 piccola sorella Magdeleine intraprende un immenso viaggio intorno al mondo, per seminarvi delle fraternità e invita il Padre a condividere con lei questa avventura! Lui stesso riconosce che è stato “quello che viene trascinato e piccola sorella Magdeleine quella che trascina…” Riconosce anche lui che da solo non avrebbe mai pensato a questo viaggio e comunque aggiunge: “Era l’espressione concreta e il `sistemare’, se posso osare esprimermi così, dell’universalità concepita co me un’apertura alle differenti razze e ai differenti popoli.”

Nel corso degli anni l’affetto e la fiducia si approfondiscono: piccola sorella Magdeleine annota alla fine di una giornata passata con il Padre:

“Si è parlato soprattutto dei nostri progetti di fondazione. Non c’è stata nessuna divergenza, salvo che i nostri due cervelli non si assomigliano e cervelli hanno una ‘famosa’ influenza sui metodi…Ma il Padre è di una bontà e di una pazienza straordinaria…

Constatiamo più che mai che tra di noi vi è una profonda unita e che le discussioni erano state fatte per obbligarmi a precisare il mio pensiero… Trovo nelle sue lettere una fonte inesauribile di testi che sottolineano ancora questa unità su l’essenziale della nostra vocazione.”

Qualche mese prima della sua morte, piccola sorella Magdeleine, malgrado fosse molto indebolita, progetta un ultimo viaggio in U.R.S.S.. Ed è, allora, il Padre che l’incoraggia ad andare avanti:

“Mai sei stata di più nelle mani del Signore che per questo viaggio. Non si tratta di tentare Dio, visto che ti ha sempre guidata e accompagnata in questi viaggi umanamente irragionevoli. Più sei debole e incapace fisicamente, più la sola mano del Signore è nella tua barca, non temere niente altro che quello che lui vorrà.”

Cammino d’abbandono che ha lui stesso vissuto, alla fine della sua lunga vita, nella debolezza e nella dipendenza, ultima preparazione all’incontro con il “Bene amato” che hanno appassionatamente ricercato durante tutta la loro vita.

C’è un aspetto della vita di René Voillaume non molto conosciuto: la sua opera di teologo, l’influenza dei suoi scritti sui lavori del Concilio. Ha accettato di parlarcene il P Georges Cottier, domenicano svizzero attualmente Teologo della Casa Pontificia e che alla fine degli anni ’50 era allo Studium Domenicano di Saint Maximin, in Provenza, dove conobbe i piccoli fratelli e divenne amico del P Voillaume.

“Questi ultimi anni ho incontrato il P. Voillaume alla fraternità delle piccole sorelle a Tre Fontane ogni volta che veniva a Roma. Ho conservato un ricordo molto vivo delle nostre conversazioni. Un argomento lo preoccupava molto: la perdita del senso dell’Eucaristia sacrificio della Messa e anche adorazione del Santo Sacramento e del sacerdozio ministeriale. Questa era una realtà al centro della sua vocazione personale come di quella dei Piccoli Fratelli. Il suo testamento permette di misurarne la profondità.

Al Tubet, le piccole sorelle gli hanno potuto leggere l’enciclica Ecclesia de Eucharistia. Deve essere stato per lui un raggio di luce pacificante. Ma in queste poche linee di testimonianza, è di cose più lontane nel tempo che vorrei dire qualcosa: dei nostri incontri a Roma durante gli anni del Concilio. Il Padre non era un “esperto”, né ufficiale né privato, ma l’amicizia che lo legava a molti vescovi giustificava i suoi soggiorni. Fu sicuramente un consigliere ascoltato da molti. I vescovi, allora, viaggiavano meno di oggi, l’esercizio dell’affectus collegialis aveva meno occasioni di esprimersi, anche se la Fidei Donum avesse già aperto nuove vie. Il Padre era di sicuro una delle persone che, nella Chiesa, conosceva meglio il mondo attuale con le sue aspirazioni e le sue miserie. Tramite le fraternità dei fratelli e delle sorelle che aveva visitato, si era potuto rendere conto personalmente delle condizioni di estrema miseria nelle quali vivevano milioni di esseri umani. Fu così che ebbe un ruolo decisivo nel risveglio della coscienza alle esigenze evangeliche della povertà nella Chiesa e dell’amore per “i piccoli ed i poveri” che gli è connesso. Certo non era il solo a mostrarsi sensibile ad un modo di vita che rispondesse meglio alla natura della Chiesa di Gesù. Era in comunione di pensiero con Mons. de Provenchères. Anche Mons. Ancel che faceva parte del “Prado” contribuì molto alla riflessione. È vero che, nell’inevitabile ribollire di idee che si sviluppava intorno al Concilio, alcuni parlassero della povertà con tono “profetico” e con una sorta di esaltazione romantica. Uno studio storico preciso potrebbe forse rivelare qui o là una tendenza a politicizzare il problema. Il “progressismo” esercitava su alcuni la sua seduzione. Ma non è questa la cosa più importante. Si formò un gruppo informale di riflessione, al quale si interessarono dei vescovi, e nel quale il Padre ebbe un ruolo determinante. Non è impossibile — ma su questo punto preciso la memoria non mi aiuta — che sia stato lui ad aver preso l’iniziativa di formare questo gruppo. Era molto ascoltato perché si era impressionati dal suo giudizio equilibrato e dal suo realismo. Il Concilio non pubblicò nessun testo sulla povertà. Ricordo che il P. Congar, convinto dell’importanza dell’argomento, avesse redatto dei “modi” da introdurre nella Costituzione sulla Chiesa, Lumen Gentium. Non ho potuto verificare se le sue proposte siano state accolte. È al Padre che dobbiamo l’idea e l’elaborazione dell’opera collettiva: “Eglise et pauvreté” , pubblicato nel 1965 nella collezione Unam Sanctam n°57. L’opera è introdotta da due prefazioni, una del Patriarca Maximos IV°, l’altra del Cardinal Lercaro. La scelta dei collaboratori, trai quali troviamo i nomi del P. Congar, del P. Chenu, del P. Régamey, per non citare che questi, era in buona parte dovuta a lui. Con il P. Henry e con Jacques Loew si incaricò della terza parte, L’enquéte sur la pauvreté dans l’Eglise, che analizzava le risposte ad un questionario inviato a vescovi e istituti religiosi di ogni parte del mondo. Perché ricordare queste cose? Mi sembrano significative di alcuni impulsi dati alla vita della Chiesa che senza emanare direttamente dalle direttive del Concilio Vaticano II° sono incomprensibili senza il suo impegno. Possiamo dire che l’esigenza evangelica di povertà ha marcato profondamente la coscienza del Popolo di Dio. Certo, come tutto ciò che è del Vangelo, essa si urta dentro di noi con le resistenze del peccato. Pensiamo a temi che ci sono divenuti familiari come quello della Chiesa “servitrice e povera”. Senza questo impulso spirituale, Paolo VI avrebbe avuto l’idea del gesto simbolico di spogliarsi della tiara? Avrebbe avuto l’intuizione di darci l’enciclica Populorum progressio? Si sa che un suo amico, il P. Lebret, ne fu uno dei principali artefici. L’attenzione ecclesiale ai “piccoli e ai poveri” non poteva non incontrarsi con il risveglio politico delle masse del terzo mondo. Il prestigio esercitato su alcuni teologi della liberazione da quella che chiamavano in maniera acritica “l’analisi marxista” ha condotto, di certo, a qualche scivolone. Ma questo non deve occultare quello che era stato percepito da molti come un dovere di solidarietà con i poveri. Giovanni Paolo II° parlerà in questo senso di “amore preferenziale per i poveri” o di “scelta preferenziale per i poveri”. Ma questa ci porta negli anni posteriori al Concilio. Mi ricordo che il Padre aveva il dono di captare i movimenti profondi della storia aveva sottoposto, a pochi di noi, alcune riflessioni ancora incerte sulla vita religiosa e l’impegno politico. Accettava le nostre osservazioni con una grande semplicità. Questi ricordi del tempo del Concilio ci per mettono, mi sembra, di comprendere come nella storia della Chiesa, certe intuizioni si aprono un cammino e poi lentamente maturano. La presa di coscienza delle esigenze della povertà evangelica come stile di vita della Chiesa e dell’attenzione ai poveri ne sono un’illustrazione. Con la sua testimonianza, con la sua saggezza, la sua lucidità il P.Voillaume ha portato un contributo di primo piano.

Si potrebbero proporre delle analoghe osservazioni sul tema della pace.”