Conversazione con Enzo Bona, (8 aprile 1925 – 25 febbraio 2016),
raccolta nel febbraio 1995, da Francisco P. (piccolo fratello di Gesù, pfg), nel Chiapas (Messico).

Enzo.

Condividere la vita dei miei compagni, uomini e donne, che vivono delle situazioni di gravi conflitti: è questa la mia vocazione. Dal 1980 ho sentito la chiamata per venire in America Centrale, dove, da tempo, c’erano dei grandi conflitti. Prima di arrivare a quest’opzione, sono passato tra delle tappe: diversi avve-nimenti hanno marcato il mio evolversi in questa direzione.
Nel 1956, la guerra d’Algeria e la morte di Maurice T. [pfg]. A quest’epoca, i primi segnali della mia vocazione erano già presenti. Un giorno, mi sono trovato davanti a dieci cadaveri nel cortile della fraternità di El Abiodh e uno aveva ricevuto 7 pallottole nel torace. Tutti erano caduti in una imboscata e ho dovuto lavarne uno.
La reazione di Milad [il fratello responsabile] quando i militari francesi hanno voluto introdursi nel cortile della fraternità: “… i fucili non entrano qui!”… questi sono dei momenti dove si afferra lo spirito della Fraternità. La Fraternità era ancora nel dubbio di fronte agli avvenimenti e io sentivo molto fortemente che “gli Algerini hanno diritto all’indipendenza” L’antimilitarismo era già molto sviluppato in me. Mi sentivo angosciato, e lo sono stato ancora di più quando dei fratelli sono caduti.
Nel 1963, stavo in Spagna quando ho saputo della morte dei fratelli del Congo… fratelli che hanno sofferto per i peccati dei missionari.
In Argentina, 1973, altri conflitti. Cerco di entrare in un carcere per minori offrendomi a causa di una situazione drammatica e sono rimasto tre anni come volontario in un carcere (77/79). Rimanevo dentro durante sei mesi quasi senza uscire. Ed ogni anno andavo pure a ritirarmi per qualche settimane con due preti italiani vicino a Bariloche, in un modo di vita quasi eremitica. Andavo di rado a San Justo e ogni tanto era Domingo M. [pfg] che veniva a visitarmi nel carcere. Ho assistito ad una delle ultime celebrazioni di Maurizio [piccolo fratello del Vangelo], che era stato assassinato come uno dei suoi compagni. Tutto questo ha marcato il mio itinerario.
Nel 1980, c’è stata una riunione dei fratelli della “Regione” a Lima. E di là, passando per la Colum-bia, ho preso la direzione del Nicaragua. In maggio arrivavo nel Honduras. É verso il 10 di maggio che c’è stato il massacro di “Sumpul”, ai confini tra Honduras e El Salvador, dove seicento persone sono state giustiziate. Questo passaggio nel Honduras fu determinante nel mio percorso successivo.
Sono rimasto al confine tra Honduras e El Salvador da aprile 1981 ad ottobre 1983, data alla quale mi espulsero, dopo aver considerato il ruolo che svolgevo per l’entrata di rifugiati che fuggivano la repressione nel Honduras. Ho lavorato un anno e mezzo con le Nazioni Unite e percepivo un piccolo stipendio.
Dopo, mi sono avvicinato al Messico. Chuy R. [pfg] messicano era morto nel 1982 insieme con Paul M. [pfg]; Miguel M. [pfg] si preparava per partire nel Nicaragua. Miguel aveva fatto una visita da me nei campi del Honduras e fu senza dubbio molto impressionato da queste situazioni di conflitti. Questo ha forse anche avuto un impatto sulla sua opzione per il Nicaragua. Inizio 1984, arrivavo nella diocesi di San Cristobal de las Casas per vivere con i rifugiati del Guatemala. In aprile entravo nel Comitato di Solidarietà con i Rifugiati. Dopo otto mesi a Cueltemac, ai confini del Guatemala, ho vissuto per cinque anni in un accampamento a San Lorenzo, sempre molto vicino del confine con il Guatemala (5km. più o meno, in linea d’aria).

In mezzo a tutto questo, la mia fedeltà cerca di essere fedeltà alle virtù teologali. Mi sento costantemente interpellato da esse e dalla fedeltà alla vita in mezzo ai poveri, elemento indispensabile per una vita secondo la mia scelta. Seguire i poveri anche nella vita sacramentale e là dove vivo non ho né cappella né la possibilità di partecipare alla messa. Bisogna essere molto attenti alla vita teologale in questa realtà dove la Mano di Dio è presente.
Senza essere teologo e senza fare politica, ritrovo a modo mio, all’interno di questa vita concreta, l’equilibrio della fede politica. Un po’ come la vita della Chiesa, che è tutta impregnata di vita politica e di vita di fede. Generalmente, i vescovi non conoscono le angosce che avrà un Don Samuel Ruiz, vescovo del Chiapas, né le angosce che abbiamo di fronte alla passione sofferta dal popolo di fronte al dilemma fede politica. Sono veramente assenti, fuori dalla storia e quando sono dentro, sono dalla parte del potere. Tutto questo provoca gravemente la mia fede e i miei atteggiamenti di fede. Credo che, da qualche parte, questo spiega la difficoltà della Fraternità per situarsi con la Chiesa locale.
“I poveri ci evangelizzano” … Tramite la presenza e il contatto con i poveri, noto la loro incredibile capacità di sopportazioni/resistenza: “Prima Dio”, come si dice molto qui. Essi ci insegnano tutta un’attitudine teologale. Bisogna lasciarsi insegnare dai poveri malgrado tutta l’impazienza che ci prende di fronte alle paure che possiamo notare da loro, alle mancanze d’impegno o quando votano per i ricchi, quando mancano di fiducia nei poveri. Bisogna anche assumere l’impotenza di fronte ai grandi problemi e affidarli a Dio, maestro della storia; l’impotenza di fronte alla sofferenza dei più piccoli.
Dagli Indiani, c’è una tale accettazione degli avvenimenti che può essere un’accettazione della Veri-tà di Dio, come può anche passare per della passività. Dai rifugiati guatemaltechi c’è anche un po’ di questo e questa passività è tutta mescolata con l’accettazione della volontà di Dio. I rifugiati hanno una bella percentuale di sangue indiano. Sono disorientati nel loro “essere”, nella loro identità, e questo disorienta anche me e mi pone in difficoltà per tramettere loro la mia Speranza. Questa comunicazione della Speran-za è qualche cosa di confuso, non si vede, tanto più che l’Indiano non lascia trasparire i suoi sentimenti, soprattutto davanti ad uno straniero. Malgrado tutto ho la certezza che “Nazareth” trasmette qualche cosa. Più uno vive le virtù teologali, più gli altri possono captare qualche cosa della Speranza che ha dentro di sé.