Gesù di Nazaret:

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(Charles a Tamanrasset)

La Fraternità é nata da uno stupore, quello di Charles de Foucauld all’atto della conversione: l’incontro con Gesù. Fu un incontro che sconvolse la sua vita e gli prese il cuore per sempre. Quello stesso giorno, quando Charles esce dal suo confessionale e riceve la comunione è già stato afferrato da Qualcuno: Gesù, Dio che lo ama così com’è e che l’aspettava :
Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre…” (Ger. 20,1…)

I Piccoli Fratelli di Gesù sono chiamati da Dio a vivere per Lui solo…(…) si mettono alla sequela del Signore Gesù  loro amato fratello, che ha salvato il mondo vivendo sulla terra povero e umile, uomo tra gli uomini e amandoci fino a dare la sua vita sulla Croce” (Cost.n°1)

Nelle difficoltà e nelle gioie della vita quotidiana è Gesú il loro “Modello Unico” che essi vogliono imitare. Desiderano assomigliare a Lui associandosi alla sua vita di “Salvatore” e al suo amore per tutti gli uomini. Per loro dunque, l’essenziale è crescere nell’unico amore verso Dio e verso gli uomini, loro fratelli” Cost. n° 4)

” Avendo risposto alla chiamata del Signore “Vieni e seguimi” i fratelli cercheranno di approfondire la conoscenza della Persona di Gesù, uomo di Nazaret e Figlio di Dio, e di radicare il loro amore in un’amicizia personale con Lui. Questo legame con Gesú crescerà, attraverso la preghiera silenziosa, la meditazione del Vangelo, la vita fraterna e la condivisione della vita della gente.”
( Cost. n° 114)

Filippo incontrò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato Colui del quale ha scritto Mosè nella Legge e i Profeti, il figlio di Giuseppe di Nazaret”. Natanaele esclamò: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono ?, e Filippo gli rispose: ” Vieni e vedi”  (Giov. 1,45)

Questa citazione ci aiuta a capire la sconcertante figura di Gesù di Nazaret.
Nazaret esprime, infatti, il modo e lo “stile di essere” che Dio ha scelto per rivelarsi agli uomini.

Nell’Incarnazione Dio si fa persona umana in Gesú, appartiene ad un popolo determinato,  vive in un periodo storico circoscritto, in un luogo geografico ben preciso ed usa il linguaggio del suo popolo. Egli sarà conosciuto e ricordato come “Gesù di Nazaret”, dalla nascita fino alla Croce e come risorto.

Gesù di Nazaret è l’icona della vita di Dio tra la gente, un Dio che non disdegna mangiare con i peccatori, associarsi con gli esclusi.

Che conseguenze può avere una tale constatazione ? È indifferente o banale che Gesú sia vissuto come ha vissuto?…che abbia concluso la sua vita incompreso e nella totale disfatta agli occhi dei suoi stessi seguaci della prima ora ?
Per Charles de Foucauld questo fatto sarà “la scoperta folgorante” della sua vita; … non potrà che mettersi alla sequela del “Nazareno”. Gesú di Nazaret sarà, perciò, il “modello unico” della sua vita e di quella dei suoi seguaci.

Condivisione della vita sociale della gente:

in mezzo alla gente...

in mezzo alla gente…

Il giovedì 1 marzo 1947 quattro giovani traslocano in un piccolo appartamento di Aix-en-Provence (Francia). Si mettono a cercare lavoro e il lunedì successivo sono assunti come operai, due in cantieri edili, uno in falegnameria, il quarto in una ditta di vernici. L’evento è banale e passerà totalmente inosservato, ad eccezione, forse, dei compagni di lavoro, i quali vengono a sapere ben presto che si tratta di “frati”. Arrivano da un piccolo monastero  del deserto algerino e,  se vengono a lavorare, non a caso in questo quartiere,  non lo fanno per un tirocinio provvisorio. Il loro intendimento  è ormai quello di vivere la loro vocazione sotto questa nuova forma.

La loro comunità si chiama la “Fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù”.

Ci si trova proiettati nell’avventura di una vita religiosa dove tutto è da inventare e non di fronte ad una ideologia da applicare !
Più di cinquant’anni ci separano oggi da quell’inizio “semplice, bellissimo e aperto a un avvenire che Gesù dirigerà.”
La sfida di una vita fraterna contemplativa vissuta nel mondo era una scommessa temeraria? Forse…!
La Fraternità ha percorso in certo qual modo lo stesso tragitto di Foucauld: Nazaret si è chiarito nel tempo e con la vita.

Si cominciò con una vita monastica

Una più approfondita conoscenza dei testi e della vita di Charles de Foucauld e tutto il movimento di Chiesa negli anni 50, hanno a poco a poco condotto i fratelli su un’altra strada: quella di una condivisione della vita concreta di “coloro che sono senza nome e non contano niente nel mondo” secondo un’espressione che ci diventerà familiare. La vita dei fratelli nel corso di questi 70 anni conferma che questa condivisione è un autentico cammino di vita contemplativa, anche se il suo tracciato è ancora poco frequentato, non troppo compreso e talvolta appena visibile agli occhi di chi incontra i fratelli per la prima volta!
Charles de Foucauld era stato sedotto dall’ “esistenza umile e oscura del divino operaio di Nazaret”. Intravede, indovina, come dirà più tardi, che in questo c’è per lui un percorso da seguire. “Vivere Nazaret” sarà la preoccupazione e la ricerca di tutta la sua vita. Non sarà una ricerca facile, lo sappiamo bene!

Nei primi anni che seguono la sua conversione, “vivere Nazaret”avrà il senso di una separazione dal mondo; tuttavia, a poco a poco, è indotto a intraprendere un altro percorso: per essere con Gesù, cercare il suo volto e farsi carico dell’umanità, non deve più separarsi dagli uomini, ma avvicinarsi a loro. Questo lo condurrà fino al Sahara, non per cercarvi la solitudine, come spesso si pensa, ma per raggiungere le popolazioni che ci vivono e che lui ritiene essere “le più abbandonate.”

Lasciatevi evangelizzare dai poveri!
“Partecipare realmente alla condizione sociale dei poveri” significa entrare e scoprire la “cultura del povero”, un modo di sentire la vita e di guardare le realtà, un’esperienza che nasce dalla sofferenza e dalla povertà, dalle abitudini di condivisione, dal modo di esprimersi,… di far festa, ecc.
Gutierrez, il domenicano tra gli iniziatori della Teologia della Liberazione, parlando del mondo dei poveri dell’America latina, così scriveva in uno dei suoi libri sulla “Teologia della Liberazione”:

Essere povero implica anche un modo speciale di prendere la vita, un approccio esistenziale per il modo di conoscere e di ragionare, un modo speciale di vivere l’amicizia, di amare, di credere, di soffrire, di far festa, di pregare,…il tutto marcato dalla ristrettezza della vita! 

P1020602I poveri costituiscono, di fatto, un mondo a parte e loro proprio di esistere. Compro-mettersi con loro vuol dire, dunque, entrare in quell’universo e restarci, ma con chiara coscienza di viverci in pienezza; assumendo tale situazione non come un luogo di lavoro o di servizio, ma come nostra residenza effettiva e condizione di vita”

È necessario lasciarsi istruire da loro, mettersi alla loro scuola e, nella semplicità della vita quotidiana, vivere i gesti di accoglienza e di aiuto reciproco, come mezzi per creare la “fraternità”.

Affinché questa condivisione si possa realizzare, bisogna adottare lo stile di vita della gente : “Prendi come obiettivo la vita di Nazaret, in tutto e per tutto, nella sua semplicità ed estensione… Nessun abito religioso, come Gesú a Nazaret, niente clausura, come Gesú a Nazaret; non un’abitazione lontana dai luoghi abitati, ma vicina a un villaggio, come Gesú a Nazaret”. ( cfr. Quaderno di Tam : 22 Luglio 1905)Questo significa anche costituire comunità molto piccole, che non abbiano bisogno di grandi edifici ma possano stare negli appartamenti o nelle case dei quartieri popolari; mantenere vivo, nel corso degli anni, il desiderio di camminare insieme con persone di cui si conoscono sempre meglio i limiti. Tutto questo non è più facile per noi di quanto lo sia per una qualsiasi famiglia!

La “Fraternità”
La vita fraterna fa parte integrante della nostra vocazione.

(fraternità in Polonia)

(fraternità in Polonia)

“Le fraternità sono abitualmente composte da tre o quattro fratelli. Questo piccolo numero, sovente dovuto al fatto di condividere la condizione dei poveri, esige un aiuto fraterno reciproco.” ( Cost. n° 69 – I)
Alcuni fratelli, una piccolissima realtà umana, ecco come appare a prima vista una Fraternità di Piccoli Fratelli di Gesú. Pochi uomini, come tanti altri, con le loro storie, temperamenti e culture differenti e personali, ma riuniti da Dio per vivere la Fraternità, non in un ambiente speciale o in un convento, ma in un alloggio comune tra la gente, come un qualsiasi altro nucleo familiare dei paragi.
Se si entra in una fraternità, non c’è nulla che distingua l’alloggio dei fratelli dagli altri appartamenti o case circostanti, solo un piccolo locale all’interno della fraternità farà trasparire la presenza di Qualcuno speciale: Gesú nell’Eucarestia, in un modesto spazio adibito a cappella.

(cappella fraternità)

(cappella fraternità)

Se ci si ferma con i fratelli per qualche giorno, si noterà subito che il ritmo di vita comune, i tempi di preghiera e le loro relazioni con la gente, dipendono dagli orari di lavoro, che regolano la vita di chi è povero e…dipendente!
Si tratta, come si vede, di una vita ordinaria di lavoro, di relazioni semplici, condividendo di preferenza la situazione sociale dei meno fortunati, dei poveri e di quelli che non influiscono autorevolmente sul “cammino” del mondo e della Chiesa.

Questa vita fraterna ordinaria, situa già di per sé la fraternità ai margini di tutto ciò che “abitualmente” conta nella società e nella missione pastorale ecclesiale.

Lo spirito di Nazaret orienta,
in qualche modo
lo stile della vita comunitaria
nella fraternità.

“L’amore, che hanno gli uni per gli altri, e il coraggio, nel superare le difficoltà nella vita fraterna, sono la prova della sincerità del loro amore per ogni uomo”  ( Cost. n° 68 – II)

 

Vita contemplativa, vissuta in mezzo alla gente…

Nel momento in cui la Chiesa riconosce ufficialmente il carisma della Fraternità, il 13 giugno 1968, il decreto di Roma presenta così la nostra vocazione: “la Fraternità, “sull’esempio umile e nascosto di Nazaret, trova il fine e il suo compimento in una vita contemplativa che le è propria: l’adorazione di Cristo nell’ Eucarestia, la pratica della povertà evangelica, il lavoro manuale e la partecipazione effettiva alla condizione sociale di coloro che non hanno un nome e non contano niente.”

Vent’anni dopo la fondazione della prima fraternità operaia, la Chiesa riconosce, accanto al cammino abituale di “vita contemplativa” di silenzio e di ritiro dal mondo, un’altra strada, quella dell’inserimento effettivo nella condizione sociale dei poveri!
Trovare, tra il rumore dei quartieri popolari e il peso di un lavoro manuale, un percorso per essere profondamente uniti a Dio è possibile perché questo è stato il cammino che Gesú stesso ha scelto per sé: alternando silenzi di intimità con il Padre alla continua disponibilità verso i suoi fratelli e le sorelle nell’umanità

Tutto il Vangelo ci mostra come Gesú è divenuto fratello, “vicino”. Vicino alla gente semplice prima di tutto, con la maniera di sentire e di parlare del popolo: usando le stesse immagini, lo stesso linguaggio e, mantenendo la stessa distanza rispetto alle buone maniere e agli automatismi dei potenti.

Ha uno sguardo profondo sulle cose e sul mondo, ma è uno sguardo che “viene dal basso”… Questo modo di essere si è affermato in lui durante gli anni a Nazaret, a tal punto che tutti si meraviglieranno quando comincerà a predicare:

Non è forse il carpentiere, il figlio di Maria?” Da dove gli arrivano questa sapienza e i miracoli che fa?” (Mc. 6, 3).
Gesù di Nazaret” è il suo nome proprio,
è un nome che lascia intravedere uno dei volti di Dio.
Per esprimere l’ampiezza del messaggio di salvezza, Dio lo fa non come un prete nel Tempio, né come un dottore sulla cattedra, ma come un uomo del popolo emarginato della Galilea: Gesù di Nazaret. Ciò produce la stupefacente freschezza per cui coloro che sono “in basso”, sono portati a ritrovarsi spontaneamente in sintonia con i gesti di Gesù.

La “solidarietà con le persone semplici” rendeva Gesú aperto alla miseria degli esclusi del suo tempo. Lo vediamo, infatti, in compagnia dei peccatori, dei malati, degli stranieri, degli eretici e dei pagani… Ma il Vangelo ci dice molto di più. Gesù si erge contro tutto ciò che minaccia la fraternità tra gli uomini e lo fa per una ragione fondamentale: “Voi siete tutti fratelli; non avete che un solo Padre. Mio Padre non vuole che si perda uno solo di questi piccoli che sono miei fratelli.”

La “solidarietà con le persone semplici” rendeva Gesú aperto alla miseria degli esclusi del suo tempo. Lo vediamo, infatti, in compagnia dei peccatori, dei malati, degli stranieri, degli eretici e dei pagani… Ma il Vangelo ci dice molto di più. Gesú si erge contro tutto ciò che minaccia la fraternità tra gli uomini e lo fa per una ragione fondamentale: “Voi siete tutti fratelli; non avete che un solo Padre. Mio Padre non vuole che si perda uno solo di questi piccoli che sono miei fratelli.”

(india)

(india)

Il Regno è un Regno di figli e di figlie, di fratelli e di sorelle.
Con una straordinaria libertà,
Gesú mette sottosopra qualsiasi tipo di rigidità,
compresa quella dell’interpretazione della Legge.
Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani ed ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello – il fratello universale… cominciano a chiamare la casa “la fraternità” e questo mi fa piacere”. (… a Marie de Bondy: 7 Gennaio 1902)

Ecco un mangione e un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori!” (Mt. 11,19); tocca il lebbroso e contrae l’impurità rituale che lo obbliga a rimanere fuori dalle città per un certo tempo (Mc 1, 40-45); alla fine, se muore come (e per) tutti gli esseri umani, non muore di una morte qualsiasi, ma di quella dei condannati a morte, degli “irrecuperabili per la società” nella esclusione totale…
Gesú di Nazaret realizza quello per cui il Padre lo ha inviato: l’Emmanuele – Dio con noi.
Non si può, dunque, considerare Nazaret come esperienza circoscritta in un luogo e in un tempo determinato: essa denota la “sostanza” stessa della redenzione
Questo atteggiamento del “Nazareno” è assunto ed accettato fino alla Croce dove la solidarietà conduce, …Nazaret è per Lui il modo necessario e indissolubile della sua contemplazione e della sua missione di redentore”. ( Yves Becquart: Friburgo – Natale 1984)
Ecco che cosa c’è nel cuore della vocazione alla Fraternità: fare nostro lo stesso cammino di Gesú e quello di fratel Charles. Non soltanto imitare Gesù a Nazaret, in una vita di lavoro e in una condizione sociale modesta, ma, divenire “salvatori con Gesú”, partecipando al suo lavoro di redenzione, prendendo la sua stessa strada.

Nel Capitolo Generale del 1996 si è detto in proposito:
Avere lo sguardo di Gesú sulla vita, il mondo, l’intera storia umana.
– Avere il cuore di Gesú per condividere gioie e speranze, sofferenze e miserie.
– Avere lo spirito di Gesú per vivere e agire in questo mondo segnato dalla violenza, ma anche santuario del Regno.
In questo mondo affaticato e sofferente ma in cui la vita freme in tutti i sensi, la contemplazione è possibile perché sappiamo bene che, insieme agli uomini e alle donne del nostro tempo, procediamo sotto lo sguardo misericordioso di Dio.
(Capitolo generale di Taanayel – 1996)
La Fraternità ha ricevuto da fratel Charles il gusto di pregare con l’Eucaristia. Anche se le forme hanno potuto modificarsi, l’esperienza dei fratelli nel corso degli anni ci ha mostrato che c’è come una “affinità naturale” tra questa centralità dell’Eucaristia e la nostra vocazione.

Tutte le liturgie “eucaristiche” acquistano un altro sapore quando l’esistenza condivisa ci ha fatto assaporare che la solidarietà è più forte dello sfruttamento e della morte…

Tenersi con grande semplicità ai piedi di Gesú per presentare la “preghiera della povera gente”, senza troppe parole, carica di fatica e di speranza, sicuri che Lui “sa bene, che cosa c’è nell’uomo”, fa parte del nostro modo abituale di pregare.

Ma nella nostra vita si passa molto tempo insieme ad altri, al lavoro, nel quartiere, in casa, ecc. Bisognava imparare “a fare di tutto questo tempo un incontro con Dio”, a riconoscerne il suo Spirito all’opera, con lo stesso sguardo di Gesú.
Dato che gli orari di lavoro riempiono una buona parte della giornata e la presenza al quartiere impone di vivere “a porte aperte”, i fratelli devono anche inventarsi dei ritmi di raccoglimento, come Gesú ha fatto durante la sua vita terrena.

Non é una sfida di poco conto stabilirsi tra la gente nella “partecipazione reale alla condizione sociale dei poveri”! Eppure è proprio questo l’elemento della nostra vocazione di cui parliamo come del “nostro tesoro di famiglia”.

Nonostante le nostre fragilità, sentiamo che la nostra vita è lì, in quella condivisione; soffriamo di non poter andare più lontano, e c’è una reale tenerezza verso coloro con cui viviamo.
Il senso del nostro carisma sembra meravigliosamente espresso dal profeta Michea: “Ti è stato fatto conoscere, o uomo, ciò che è bene, ciò che il Signore vuole da te: nient’altro che adempiere la giustizia, amare la bontà e camminare umilmente col tuo Dio” (Mi, 6,8).

Uno straordinario profeta non-cristiano sottolinea con forza il senso profondo dell’ordinarietà della vita, si tratta di Gandhi che René Voillaume citava già in “Come loro”:

Quando si immerge la mano nella bacinella, quando si attizza il fuoco col soffietto di bambù, quando interminabili colonne di cifre vengono allineate nel proprio ufficio di contabile, quando si è bruciati dal sole, o affondati nel fango della risaia, quando si è in piedi davanti alla fornace del fonditore, se proprio allora non si attua la stessa vita religiosa che se si fosse in preghiera nel monastero, il mondo non sarà mai salvato. ”   (Gandhi)