Ricardo, un ex piccolo fratello colombiano, ci parla del suo particolare cammino di vita, nei suoi mutamenti e nelle sue belle realizzazioni, fino all’incontro con la malattia e le grazie che essa gli reca, riportandolo all’essenziale della sua vocazione che, di fatto, è sempre stata il filo rosso che ha unificato la sua vita.

Ricardo “è andato in cielo”…. il 29 giugno.

(Foto sopra: Ricardo – a destra – con i fratelli della fraternità d’Ibagué, Rigoberto e Jorge)

di Ricardo

E’ da tempo che volevo scrivere qualcosa sull’esperienza della malattia “terminale” che è venuta a farmi visita un anno e mezzo fa…

Comincio dal brano del Vangelo della XIII domenica del tempo ordinario, Lc. 9,51:« Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme …» Confesso di non essere mai stato così colpito da questo brano : mi ha impressionato ed è diventato in me parola viva. Andare un giorno in cielo? Perché non mi sono preparato?

Ricardo (al centro) con degli amici

E’ una grazia che il Signore mi ha dato con questa malattia terminale che mi accompagna. Ho il tempo di preparami, dal momento che non l’ho fatto a suo tempo, durante il periodo degli studi in Francia.

In due occasioni ho percepito chiaramente nel mio spirito, nel mio cuore: «un giorno tu non sarai più qui». La prima volta fu entrando nella mia stanza illuminata dal sole; un’altra volta, nella stessa stanza, svegliandomi alle sei di mattina e sedutomi sul letto, ho sentito ben chiaro: « Un giorno non ti risveglierai più!» Sfortunatamente, mi sono “addormentato” e non ho fatto mio l’invito inteso dal Signore a preparami per incontrarlo.

Adesso, nella mia malattia, posso vivere pienamente la chiamata del Signore. Gliene rendo grazie e gli chiedo perdono per essere stato sordo fino ad ora. Da qui la citazione del vangelo di Luca.

Un’altra delle grazie ricevute dalla malattia: scopro che devo proseguire fino in fondo molti obiettivi e ognuno di essi esige tutto un cammino: devo pregare, devo amare, devo donarmi, devo vivere il momento presente, devo vivere a fondo il quotidiano, devo contemplare la natura…, ma scopro di essere lontano da queste mete e allora, umilmente, entro in quel processo che esige pazienza, perseveranza e preghiera – tutti doni del Signore.

Un altro effetto (o grazia) della malattia è la forte presa di coscienza che occorre di nuovo imparare a vivere. La malattia è una vita con le sue leggi e le sue proprie esigenze. Una vita da vivere!

Un’altra grande grazia della malattia: poter prendere tutto il tempo necessario per “lasciarmi amare” dal Signore; questo mi ricorda il meraviglioso testo di Osea: “ quando Israele era giovinetto, io l’ho amato” (Os. 11,1). Mi spiego: quando ero giovane, il Signore mi ha chiamato e mi ha chiamato alla Fraternità… Io mi ponevo questa domanda: devo entrare in un gruppo della “guerriglia” o nella Fraternità? Ho visto chiaramente che nella chiamata del Signore c’era una pienezza che il gruppo violento non poteva dare, e d’altronde, i “micro-segni” della vita di Nazaret erano altrettanto efficaci per il cambiamento del mondo quanto i metodi usati dal gruppo. In una parola: Nazaret mi ha convinto…

Ho lasciato allora il seminario dove frequentavo il terzo anno di filosofia e sono partito a Lima, a vivere con i fratelli. Appena misi i piedi nel quartiere “Due maggio”, mi sono sentito felice, come pure nella casa costruita su una delle sponde del fiume Rimac,e nella fabbrica e con i vicini.

In seguito, ho trascorso molti anni nella Fraternità in Europa: fraternità del noviziato, della probazione, degli studi… Sono stato molto contento e conservo dei bei ricordi; non ho perso la mia identità culturale, ho scoperto un’altra cultura, vivevamo veramente come fratelli e non ho mai avuto delle crisi…

Poi c’è stato il ritorno in America Latina, senza traumi: fraternità operaia a Lima; fraternità in Colombia con i Piccoli fratelli del Vangelo a Buenaventura, il porto colombiano sul Pacifico, dove sono rimasto ancorato fino ad oggi con delle grandi amicizie che durano dal 1978… Ero felice; tuttavia non mi è dispiaciuto quando ho dovuto abbandonare il porto per la capitale Bogotà, dove per molti anni ho lavorato come aiuto infermiere.

Buenaventura – Il porto

In seguito, dopo una Riunione di Regione, mi fu chiesto di andare in Cile. Quella cosa ha provocato in me una crisi che non ho vissuto da solo, poiché ero accompagnato da due fratelli e dai Benedettini. La decisione però che presi mi sembra sia stata sbagliata: ricevere il sacerdozio per consacrarmi al servizio pastorale delle comunità dei neri sul Pacifico. Riconosco che la decisione non è stata giusta… e mia mamma me lo disse chiaramente: sei stato disobbediente, e aveva ragione! Misteri della vita…

Malgrado tutto e anche se “non al mio posto”, ho realizzato un eccellente lavoro pastorale in uno dei quartieri più emarginati, miseri e violenti del porto; sono stato parroco, ciò che nessuno voleva essere, e paradossalmente, l’ho fatto bene grazie al “bagaglio” di Piccolo fratello che mi ha permesso di vivere realmente Nazaret: accompagnare la comunità e far parte di essa e non soltanto nella zona urbana ma anche nella zona rurale; in questo accompagnamento ero felice anche nelle situazioni difficili, quando visitavo le comunità di contadini che raggiungevo via mare, sempre in condizioni molto difficili poiché, oltre ad affrontare una carenza generale della qualità della vita, bisognava tener conto degli incontri con dei gruppi armati, il traffico di droghe, e condizioni di povertà estrema…, ma che ricchezza umana e religiosa in quelle comunità! Io non portavo loro nulla, erano loro che davano a me e mi facevano vivere.

Violenza a Buenaventura

Anche nella zona urbana vivevamo in situazioni di violenza: gruppi armati violenti nei differenti quartieri della parrocchia, in opposizione tra loro e in complicità con le autorità; violenza urbana con furti, attacchi, paura di notte e di giorno…; non venivano risparmiate neppure le celebrazioni eucaristiche: dovevamo interromperle e nasconderci sotto i banchi della chiesa a causa delle frequenti sparatorie; bisognava allo stesso modo seppellire gli “assassini” come anche gli innocenti, uomini e donne e soprattutto ragazzi. Tutto questo, va detto, fa molto male. Un giovane scrittore colombiano ha espresso molto bene questa realtà intitolando il suo libro: “Non siamo nati per servire come sementi”; all’età di dodici o quattordici anni la loro vita è troncata, dopo aver vissuto qualche anno dell’infanzia nella miseria…

Ad una simile situazione abbiamo cercato di rispondere mettendo in piedi, insieme alla comunità, dei piccoli progetti che esistono tuttora; uno mi sta particolarmente a cuore: ci dicevamo “ se un ragazzo suonasse uno strumento, non prenderebbe un’arma”; ne è uscito un bel progetto che dura ancora e si è anche esteso ai quartieri poveri del porto. Numerosi ragazzi, in gruppi di 15 o 20 ricevono una formazione musicale; evidentemente, la violenza è diminuita in questi quartieri e nessuno dei ragazzi che hanno frequentato il programma è entrato nei gruppi armati… Opera del Signore.

Non posso concludere questo punto senza riconoscere che in mezzo a tutto que

Se un bambino suonasse uno strumento…

sto ho sperimentato la mia miseria, il mio peccato… Non ho vissuto in pieno – ecco il mio peccato – l’essenziale della mia vita religiosa, della chiamata che Dio mi aveva rivolto quando sono entrato nella Fraternità: lasciarmi amare dal Signore. Ebbene, la malattia mi ha aiutato a ricuperare questo: adesso ho molto tempo per permettermi questo lavoro di lasciarmi amare da Lui e di imparare a farlo… Il vantaggio della malattia: il recupero del “tempo perduto” nel quale si fanno tante cose, ma al margine dell’essenziale. E’ evidente che Lui mi amava anche in mezzo a tutto questo. Ma io non me ne rendevo conto…

 

Mi hanno cambiato di parrocchia e sono stato nominato responsabile o coordinatore diocesano della pastorale della Salute, poiché il vescovo ha scoperto che, quand’ero piccolo fratello, avevo lavorato come aiuto infermiere in un ospedale del porto; anche là ero stato felice. Quando il vescovo mi chiamò al sacerdozio, mi nominò cappellano dell’ospedale. E’ una cosa diversa, tuttavia mi ha molto aiutato a diventare più coscienzioso e professionale in questa missione con i malati. Un periodo meraviglioso, perché ho potuto viverlo “da fratello”; non avendo più la parrocchia, potevo consacrarmi di più con i malati e accompagnarli.

Ho anche potuto integrarmi in un progetto che funzionava da anni nel quartiere di San Francisco, proprio là dove aveva preso il via la fraternità dei piccoli fratelli del Vangelo nel 1976 e dove io ero arrivato nel 1978… Un progetto che si è potuto realizzare grazie all’aiuto di qualche amico francese che conoscevamo in Colombia. In questo caso ho potuto vivere in una casetta semplice, in mezzo alla gente, accompagnando il progetto la cui finalità era: «mantenere l’identità culturale afro colombiana attraverso la musica e la danza»… Il porto di Buenaventura comporta il 90% di comunità nere. Non tanto tempo fa, a causa della malattia, ho dovuto abbandonare questo progetto.

Ero stato operato all’udito e la convalescenza l’ho fatta con i fratelli a Ibagué, dove ho potuto riscoprire la gioia di una vita di piccolo fratello. Gioia di poter pregare serenamente, di lavare i piatti, di mangiare nelle mense popolari, fare la spesa, condividere con i vicini, celebrare nella cappella del quartiere, ecc… Confesso di aver provato una gioia “fisica”. Grazie del Signore…

Durante uno di questi viaggi a Ibagué la mia malattia si è manifestata per la prima volta. Son dovuto andare alla capitale Bogotà, dove c’è il mio servizio sanitario: ricovero e diagnosi “sospetta” fin dal momento della mia entrata al pronto soccorso, confermata dopo 24 giorni d’ospedale: mieloma multiplo, cioè cancro del midollo spinale, piccoli tumori ad ogni vertebra e sulle ossa, compresi quelli della testa. Dopo aver vissuto momenti e situazioni dolorose in ospedale, ho cominciato con la radio e la chemioterapia. Uscito dall’ospedale, la mia situazione si è aggravata e molti si aspettavano il peggio: come se il “ momento di andare in cielo” fosse arrivato, ma non è stato così.

La mia famiglia mi ha accolto a Medellin, seconda città del paese, dove sono stato subito ricoverato in ospedale poiché, con la radioterapia sulla colonna, mi avevano bruciato l’esofago e io morivo di fame; nuovi progetti nel caso in cui…. Ma con una buona terapia e molta attenzione, dopo un mese ero di nuovo “fuori” , nella mia famiglia, dove ho un’eccellente qualità di vita con degli angeli che vegliano su di me: i miei fratelli.

Collaborazione molto discreta anche con la parrocchia del quartiere dove sono ben accolto.

Non posso terminare senza dirvi che la malattia mi ha aperto uno spazio per vivere in profondità “la piccola via” di santa Teresina che per “distrazione” avevo abbandonato. Infatti, in occasione di uno dei passaggi di padre Voillaume a Lima, abbiamo parlato e lui mi disse pressappoco questo: «trasforma il quotidiano in fuoco» ed è quanto cerco di fare vivendo il momento presente e le piccole cose di ogni giorno. Questa grande e santa donna adesso l’ho scoperta molto meglio! Anche la nostra santa colombiana, santa Laura Montoya, mi tiene compagnia: leggo molto i suoi scritti e studio la sua vita e le sue opere. Il suo santuario si trova vicino a me, qui a Medellin. Vivere la comunione con i Santi; ho letto e riletto molte volte fr. Carlo; ho anche il tempo per approfondire dei temi teologici; tutto questo mi piace e mi aiuta a organizzare le mie giornate nelle quali c’è posto anche per leggere i diari della Fraternità sui quali possono basarsi lo studio e la preghiera: sono veramente densi e trasmettono la “storia di Dio” in ciascuno e nella Fraternità. Grazie a tutti i fratelli che scrivono…

Voglio terminare come ho cominciato:

«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme …». Mi affido alla Misericordia del Signore e so di essere accompagnato da molti a Buenaventura, Ibagué, Cali, Medellin dove posso condividere con l’”Associazione dei preti secolari”, fondata dal beato Antonio Chevrier, il Prado di cui faccio parte. Ci incontriamo ogni 15 giorni qui a Medellin. E ci sono tanti altri amici e amiche…

Un abbraccio e in fraterna comunione con tutti.

Ricardo